martedì 8 gennaio 2013

Le mille maglie di Frattini


Buona lettura, a me lui pare uno dei politici più inutili nella storia del belpaese. L'importante è tenere le chiappe ben salde su una poltrona d'oro, perché di andare a lavorare proprio... Ma in fondo in fondo: chi mai potrebbe assumere come dipendente uno così?


Frattini, il nulla è mobile

 
di Marco Travaglio

Ex estremista di sinistra, poi socialista, quindi con Dini, poi berlusconiano, molto amico di Gheddafi e Mubarak, ha lasciato tracce pari a zero. Ma ora si propone come volto nuovo di Monti

Pare che Franco Frattini abbia deciso di salire sul carro di Monti, con gran sollievo degli altri partiti. Del resto Monti è stato chiaro: niente riciclati né berlusconiani, solo uomini nuovi. E Frattini modestamente lo nacque. Giovane estremista di sinistra e poi socialista, consigliere di Stato a 29 anni, nel '94 è segretario generale a Palazzo Chigi sotto il primo governo Berlusconi. Nel '95 primo salto della quaglia: ministro degli Affari Regionali nel governo di Lamberto Dini, sostenuto da sinistra e Lega e osteggiato dal Cavaliere. Lui, per gratitudine, nel '96 si candida con Forza Italia: in quel di Bolzano, perché è pure maestro di sci.

TROMBATO, ma recuperato nella quota proporzionale, guida per cinque anni il Copaco, che controlla i servizi segreti, senza lasciare traccia alcuna. Poi nel 2001 torna ministro nel Berlusconi 2: Funzione Pubblica, poi Esteri. Tanto la politica estera la fa Berlusconi, e lui dietro, zitto. Anche quando l'Italia aderisce supina alle guerre di Bush in Afghanistan e in Iraq. Trova anche il tempo di firmare la memorabile legge sul conflitto d'interessi che fa ridere il mondo: il "mero proprietario" di tre tv non è in conflitto, ma in compenso deve lasciare la presidenza del Milan.

Nel 2004 trasloca in Europa come commissario alla Giustizia e si becca la censura dell'Europarlamento per un'esternazione xenofoba contro la libera circolazione dei rumeni, ignorando che la Romania fa parte dell'Ue. Nel 2008 fugge in Italia giusto in tempo per tornare alla Farnesina nel Berlusconi 3, all'insaputa dei più. I diplomatici americani, nei cablo diffusi da WikiLeaks, lo definiscono "il fattorino" del premier: «Viene a conoscenza dei colloqui Berlusconi-Putin solo dopo che hanno avuto luogo».

Sempre l'ultimo a sapere. La sera dell'arresto-sequestro a Kabul di tre medici italiani di Emergency, scambiati per agenti di Al Qaeda, apprende la notizia da Vespa, adagiato sulla poltrona bianca di "Porta a Porta". E, anziché informarsi, dà aria alla bocca accreditando la calunnia della polizia irachena: «Prego con tutto il cuore che l'accusa non sia vera, sarebbe una vergogna per tutti gli italiani». Un'altra volta, in piena crisi tra Georgia e Russia, i ministri degli Esteri europei si riuniscono d'urgenza per prendere posizione, ma Frattini se ne resta ad abbronzarsi su un atollo delle Maldive, anche perché non ha una posizione.

Due anni fa scoppia la primavera araba in Egitto e lui difende il tiranno: «Il governo spera che il presidente Mubarak continui come sempre a governare con saggezza e lungimiranza». Poi concede il bis con Gheddafi: «L'Europa non deve esportare la democrazia, non sarebbe rispettoso dell'indipendenza del popolo libico». Strano, solo due mesi prima aveva dichiarato: «Portare democrazia in Afghanistan significa dare sicurezza in Europa. La democrazia si esporta con tutti i mezzi necessari».

Al vertice europeo sulla Libia tenta di infilare nel documento finale un accenno ai «diritti sovrani della Libia» e alla «riconciliazione» fra gli insorti e il macellaio che li massacra: gli votano tutti contro, a parte Malta. Ma lui insiste: «Sosteniamo con forza i governi laici che tengono alla larga il fondamentalismo. Faccio l'esempio di Gheddafi». E guai se l'Europa «interferisce in Libia: non siamo noi a dire chi deve restare e chi deve andarsene».

POI I RIBELLI guadagnano posizioni e lui, da un giorno all'altro, cambia posizione: «Gheddafi se ne deve andare». Il ministro-fattorino che in due anni ha seguito adorante e giulivo Berlusconi in undici vertici col Colonnello senza alzare un sopracciglio, avallando persino il trattato di amicizia e assistenza militare Roma-Tripoli, riconosce gli insorti libici come «unico interlocutore politico legittimo», «nessuna mediazione, Gheddafi si arrenda e sia processato dalla Corte dell'Aja». Gheddafi viene brutalmente assassinato, e lui zitto.

Ritrova la favella quando c'è da convalidare in Parlamento le carte del governo di Saint Lucia contro Fini sulla casa di Montecarlo; e da testimoniare al processo Ruby che Silvio la credeva davvero la nipote di Mubarak. Ora scopre che Berlusconi non è poi questo granché. Però, che prontezza di riflessi.

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