venerdì 11 gennaio 2013

U.S.A.: violazione dei Diritti Umani per mano della CIA e dell'esercito. Il caso Manning


Leggete tutto d'un fiato questo post. Gli U.S.A. stanno violando ripetutamente la Convenzione dei Diritti Umani dell'O.N.U.. Loro sono gli sceriffi del mondo, possono fare quello che vogliono: portare la guerra a casa d'altri per appropriarsi del petrolio, mettere in carcere con privazioni disumane i sospettati (e non condannati) di crimini, possono stendere un velo, una cappa di silenzio sul loro operato. Tanto le multinazionali che hanno il controllo dell'industria bellica, grossissima fetta dell'economia americana, sono le stesse che hanno il controllo dei mass-media. Ecco perché vogliono distruggere Assange, e stanno iniziando con l'ex militare Bradley Manning. Leggete cosa gli hanno fatto in carcere, come stanno manipolando il processo. Questo comportamento è completamente criminale. Gli U.S.A. sono la patria dell'ipocrisia e della violenza. Se venissero trattati con la stessa misura con cui trattano gli altri, oggi sarebbero rasi al suolo, meritatamente. Guantanamo è il lager degli U.S.A. 

Adrian Lamo: baratto o compera?
La cosa che puzza più di tutte è che l'accusa a Manning è stata formulata in base alle parole di un hacker (Adrian Lamo): sa tanto di baratto (o l'hanno comprato?): "Caro Adrian, tu accusi Manning e noi della CIA non ti perseguiamo"; chissà cosa l'avevano pizzicato a fare, per estorcergli un'accusa del genere. Ma che accusa poi? Aver rivelato al mondo con Wikileaks che i caccia americani avevano fatto una strage di civili? Ricordate quel video? E poi: dove sono i riscontri a quelle accuse, a quelle parole? Li vedremo nel corso del processo o sarà la solita farsa propinata alle masse per far vedere alla gente che la Giustizia (?) anericana funziona e punsice i cattivi? Adrain lamo oggi è ricco e famoso, chissà perché.

Pensate che nell'aprile 2011 più di 250 esperti di legge americani, tra cui Laurence Tribe, che era stato professore di Obama ad Harvard, hanno condannato le condizioni di detenzione di Manning in una lettera aperta, ma Obama ha visto bene di stare zitto e non fare niente, con la campagna elettorale in moto era meglio non perdere consensi. La storia di Manning è anche qui, su Wikipedia: BRADLEY MANNING. Potete tenere d'occhio la sua vicenda anche nel sito ufficiale a suo sotegno bradleymanning.org, e nella pagina Facebook Save Bradley

Con ogni probabilità sarà una condanna sicura. L'esito pare già scritto, agli U.S.A. occorre solo salvarsi la faccia facendo credere alla popolazione che i formalismi sono stati rispettati.


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Bradley Manning

Manning: la vendetta della CIA


di Michele Paris

Le udienze preliminari del processo militare che vede coinvolto Bradley Manning, il giovane militare accusato di essere la fonte dei documenti riservati del governo americano pubblicati da WikiLeaks, sta entrando in questi giorni nelle fasi finali prima dell’inizio del vero e proprio procedimento a suo carico di fronte ad una corte marziale. Le decisioni prese finora dal giudice militare che presiede il processo e l’atteggiamento dell’accusa, cioè del governo degli Stati Uniti, hanno confermato ancora una volta l’intenzione da parte dell’amministrazione Obama di infliggere una punizione esemplare all’imputato, così da lanciare un chiaro ammonimento a chiunque intenderà provare a rivelare in futuro i crimini dell’imperialismo americano.

Da qualche mese è dunque in corso presso la base militare di Fort Meade, in Maryland, una sorta di processo introduttivo nel quale sono state sollevate alcune questioni relative al caso di Bradley Manning, a cominciare dalla legittimità della sua lunga detenzione in condizioni estremamente dure dopo l’arresto avvenuto nel maggio del 2010 in Iraq, dove era impiegato come analista dell’intelligence.

Secondo il giudice dell’esercito, colonnello Denise Lind, le condizioni di detenzione di Manning nella base dei Marines di Quantico, in Virginia, tra il luglio del 2010 e l’aprile del 2011, sono state palesemente illegali. Il giudice, però, ha stabilito soltanto che la pena detentiva eventualmente disposta al termine del processo dovrà essere decurtata di appena 112 giorni.

Il riconoscimento dell’illegalità delle condizioni di prigionia da parte del tribunale militare suona perciò come una beffa per Manning, il cui avvocato difensore, David Coombs, aveva chiesto che le accuse nei confronti del suo assistito venissero lasciate interamente cadere o, in alternativa, che fosse riconosciuta una riduzione sulla pena da emettere in rapporto di dieci giorni per ognuno trascorso in detenzione preventiva.

Il giudice Lind, come previsto, ha invece respinto entrambe le richieste. D’altra parte, il trattamento di Manning e il processo in corso fanno parte della strategia deliberata del governo americano per colpire il più duramente possibile qualsiasi fuga di documenti riservati. Nonostante gli esigui resoconti giornalistici relativi al caso Manning, le sedute preliminari del tribunale militare nei mesi scorsi hanno offerto la possibilità di rendere pubbliche le modalità di detenzione riservate dall’apparato militare statunitense al giovane ex analista.

Per circa otto mesi, Manning è stato infatti rinchiuso in una minuscola cella senza finestre per 23 ore al giorno, nonché privato di effetti personali basilari come occhiali, lenzuola, coperte e carta igienica. In seguito ad una sua battuta ironica, nella quale accennava alla possibilità di suicidarsi in carcere, Manning è stato successivamente posto sotto uno speciale regime volto ad evitare gesti di autolesionismo, malgrado ripetuti pareri contrari di psichiatri dell’esercito.

In questo modo, Manning è stato a lungo sottoposto ad una sorveglianza continua, svegliato ripetutamente durante la notte e in varie occasioni costretto a stare sull’attenti completamente nudo di fronte ai controlli delle guardie. Per il giudice Lind, in ogni caso, questi ed altri trattamenti, denunciati anche dalle associazioni a difesa dei diritti civili e dall’inviato speciale dell’ONU per i diritti umani, sarebbero stati impiegati solo per salvaguardare l’integrità fisica dell’imputato e non per piegarne la resistenza.

Una volta garantita la continuazione del processo, il governo americano, rappresentato in aula dal capitan Joe Morrow, ha proceduto con due mosse estremamente rivelatrici. Il procuratore militare ha in primo luogo chiesto di escludere dal dibattimento qualsiasi discussione sia sulle motivazioni del presunto crimine di cui è accusato Manning sia sul possibile eccesso di segretezza dei documenti che sarebbero stati forniti a WikiLeaks. In questo modo, il governo intende evitare che nel corso del processo il comportamento di Bradley Manning possa assumere i contorni di un atto coraggioso, quale di fatto è stato, volto a smascherare i crimini e la doppiezza del governo degli Stati Uniti nella conduzione dei propri affari su scala planetaria. Inoltre, l’eventuale riconoscimento di un eccesso di segretezza attribuito ai documenti sottratti al governo potrebbe attenuare la gravità delle azioni dell’imputato.

In secondo luogo, nella giornata di mercoledì il procuratore Morrow ha annunciato di volere presentare nuove prove che dimostrerebbero come Osama bin Laden e Al-Qaeda abbiano beneficiato della circolazione su internet dei documenti classificati pubblicati da WikiLeaks. Le presunte prove consisterebbero in una comunicazione del fondatore di Al-Qaeda ad un membro della sua organizzazione terroristica nella quale chiedeva di raccogliere informazioni sui cablo del Dipartimento di Stato e sugli altri documenti relativi ai crimini americani in Iraq e Afghanistan. La corrispondenza in questione sarebbe stata ritrovata nell’abitazione di bin Laden in Pakistan dopo il raid del 2 maggio 2011 delle forze speciali statunitensi che ha portato al suo assassinio.

Un’altra prova sarebbe poi la citazione dei documenti riservati pubblicati da WikiLeaks in un numero del 2010 della rivista on-line in lingua inglese di Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), Inspire, il cui fondatore, il pakistano di passaporto americano Samir Khan, è stato assassinato nel settembre del 2011 in Yemen da un drone della CIA.

Al fine di consentire la discussione e la decisione su queste mozioni, il giudice dell’esercito ha deciso di spostare l’avvio della corte marziale dal 6 marzo al 3 giugno, così che Manning all’inizio del processo vero e proprio avrà trascorso circa 1.100 giorni in carcere senza alcuna condanna emessa nei suoi confronti.

Le nuove prove a carico dell’imputato, annunciate nei giorni scorsi dal procuratore militare, se ammesse al dibattimento renderebbero più agevole la formulazione dell’accusa, ai danni di Manning ma anche dello staff di WikiLeaks, di avere fornito sostegno ad una organizzazione terroristica, ovvero al nemico degli Stati Uniti. Un’accusa, questa, che fisserebbe un esempio inquietante e che potrebbe giustificare per Julian Assange la detenzione indefinita in una struttura come Guantánamo o, addirittura, l’aggiunta del suo nome alla lista dei facilitatori del terrorismo da eliminare con omicidi mirati.

La presa di mira di un’organizzazione come WikiLeaks appare particolarmente sconcertante, dal momento che i precedenti legali indicano come le accuse per avere aiutato il nemico siano sempre state sollevate contro le persone che sono entrate in possesso di materiale o informazioni riservate e che le hanno poi consegnante alla stampa. Per quanto riguarda la situazione di Manning, l’unico precedente a cui i legali del governo hanno fatto riferimento a questo proposito risale al periodo della Guerra Civile. Nel 1863, infatti, un soldato dell’Unione venne condannato per avere passato informazioni riservate ad un giornale della Virginia. Il soldato in questione, tuttavia, venne punito soltanto con tre mesi di lavori forzati e con l’espulsione con disonore dall’esercito, mentre Bradley Manning, sul quale pendono 22 capi d’accusa, rischia di trascorrere il resto della propria vita in un carcere militare.

L’intera vicenda Manning fa parte della strategia perseguita dall’amministrazione Obama per punire con procedimenti legali chiunque all’interno del governo intenda portare alla luce pratiche abusive o illegali, informandone più che legittimamente i media e la popolazione. Non a caso, il primo mandato del presidente democratico ha fatto registrare un numero record di processi avviati nei confronti dei cosiddetti “whistleblower”. Tra i casi più discussi e senza precedenti va ricordato almeno quello dell’ex agente della CIA, John Kiriakou, il quale il prossimo 25 gennaio verrà con ogni probabilità condannato a 30 mesi di carcere per avere fornito ad un giornalista il nome di un collega sotto copertura.

Mentre i crimini del governo di Washington continuano dunque impunemente con il procedere della guerra al terrore in ogni angolo del pianeta, a finire sotto accusa negli Stati Uniti di Obama sono invece coloro che mostrano di avere anche solo un barlume di coscienza, cercando di denunciare pubblicamente quegli stessi crimini atroci di cui sono stati testimoni.

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Bradley Manning: la congiura del silenzio

 

Comincia il processo all'uomo che ha messo a nudo gli Stati Uniti, meglio non parlare. 23 ore al giorno in isolamento, niente luce del sole e niente uscite all'aperto, a lungo costretto alla nudità. Putroppo per lui è anche un soldato e questo gli è valso la detenzione militare, che per lui si è tradotta in trattamento a Guantanamo


da: Giornalettismo

Il processo a un uomo accusato dei peggiori reati contro il suo paese non sembra interessare a nessuno. Bradley Manning è l’uomo accusato dal governo degli Stati Uniti di aver passato a Wikileaks una mole di materiale che comprende  92 mila file sulla guerra in Afghanistan, 391.832 su quella in Iraq, 251.287 cablo dalle sedi diplomatiche americane e le 779 schede personali dei detenuti di Guantanamo. Putroppo per lui è anche un soldato e questo gli è valso la detenzione militare, che per lui si è tradotta in trattamento à la Guantanamo.

LA TORTURA - 23 ore al giorno in isolamento, niente luce del sole e niente uscite all’aperto, a lungo costretto alla nudità e a rispondere agli appelli delle guardie ogni cinque minuti esatti, ventiquattro ore su ventiquattro, anche durante la notte. C’è voluta una mobilitazione internazionale per cambiare il suo stato di detenzione, evidentemente contrario alla costituzione americana, perché Manning è un cittadino statunitense e la sua prigione è in territorio americano, a differenza di quanto accade per gli sfortunati ospiti della base militare americana sull’isola di Cuba, incredibile suicidio d’immagine e anche una brutta pubblicità verso i cubani. Nessuno dei quali ha trovato simpatico che in quel lembo del territorio cubano occupato militarmente dagli americani, sia nata una prigione dove Washington ha torturato per anni centinaia di persone catturate all’ingrosso nei territori remoti dell’Asia. I trattamenti inumani e degradanti, nei confronti di Manning sono reati anche per i giudici americani, che pure avallano l’eccezione cubana.

UNA MOSSA STUPIDA - Negli Stati Uniti non si può fare, ma ci hanno messo nove mesi ad ammetterlo e alla fine non si è capito chi avesse ordinato la commissione di quelli che a tutti gli effetti sono reati nei confronti del detenuto e gravi lesioni dei suoi diritti. Lo stesso portavoce di Hillary Clinton, P. J. Crowley l’ha definita “una cosa stupida e controproducente”, anche se gli è costato il posto e si è dovuto dimettere proprio per questa ammissione.

LA LUNGA DETENZIONE SENZA PROCESSO - Manning è imprigionato da 19 mesi e nei giorni scorsi ha fatto le sue prime apparizioni pubbliche da un paio d’anni a questa parte, sempre rigorosamente scortato da vicino da militari enormi che ne sminuiscono ulteriormente una corporatura non proprio prestante. Siamo ancora alla preparazione del processo vero e proprio, nel bel mezzo di una partita a scacchi gestitata dall’amministrazione Obama, che sembra non avere fretta di fare a pezzi Manning, probabilmente interessata a coordinare questo processo con la paziente caccia alla sua controparte, quel Julian Assange che con la collaborazione dei governi di Svezia e Gran Bretagna oggi si trova all’angolo nell’ambasciata dell’Ecuador, dove a ore compirà i sei mesi di permanenza.

LA CONGIURA DEL SILENZIO - Un potenziale processo del secolo, che però ha visto una defezione in massa da parte dei media, basti pensare che la prima udienza, tanto a lungo attesa, ha visto la diserzione di giganti come Associated Press e The New York Times, la sola diserzione dei quali si è tradotta immediatamente nella censura della notizia per qualche milione di persone. A molti media anglosassoni Manning e Assange non ispirano simpatia, è il meno che si possa dire. The Guardian, accusato da Wikileaks di aver manipolato il materiale fornito da Assange al quotidiano britannico, ha visto trionfare nel suo sondaggio sulla persona dell’anno proprio Bradley Manning. La scelta del quotidiano era  però per la giovane pakistana Malala, sopravvissuta a stento ai talebani che la volevano uccidere perché paladina dell’istruzione delle sue coetanee. È stata una valanga per Manning, che il quotidiano britannico ha incassato in silenzio, evitando di dare qualsiasi seguito o commento all’esito del sondaggio, che rimane icona dei limiti di un’impresa giornalistica di successo, ma non priva di ombre.

LE POLEMICHE - La prima udienza, quella nella quale Manning ha denunciato le torture alle quali è stato sottoposto e il suo avvocato ha detto che è stato trattato come un animale, è andata quasi deserta e non è andato meglio in seguito. Nemmeno il New York Times ha fatto molto meglio, nonostante Margaret Sullivan, public editor del giornale, abbia pubblicato una risposta alle tante critiche dei lettori nella quale ha ammesso la colpevole assenza e raccomandato una presenza attenta a seguire. Niente da fare, il capo del bureau di Washington, David Leonhardt, le ha comunicato che “come per ogni altro procedimento legale, non ne copriremo ogni passaggio”. Sullivan non ci è stata ed è ritornata all’attacco, forte dell’evidente rilevanza di un processo come quello a Manning, che farebbe comunque notizia solo per le migliaia di persone che negli Stati Uniti lo supportano vocalmente e lo ritengono un eroe. Per Leonhardt i due articoli in 19 mesi che gli hanno dedicato erano quanto bastava.

SOLO INGRATI? - Tanto più che il NYT ha scritto centinaia di articoli attingendo ai cable, poi ne ha scritti altre decine a seguire la rivoluzione nelle sedi diplomatiche, un ballo degli ambasciatori e dei funzionari imposto dalla diffusione dei cable, dai quali troppe volte quegli ufficiali sono stati mostrati intenti a cospirare ai danni di questo o quel governo o più semplicemente ad insultare preziosi alleati, anche quelli tenuti ufficialmente e pubblicamente in grande considerazione. Il NYT è stato partner di Wikileaks nella pubblica diffusione dei cable che Manning avrebbe (ha) passato ad Assange e ora sembra ignorare la vicenda, un comportamento che ispira cattivi pensieri, quasi che le pressioni del governo alla lunga abbiano sconsigliato interesse al destino di Manning.

TELEVISIONI ASSENTI - Non è andata meglio con le televisioni, pronte a scatenare il putiferio attorno a qualsiasi processo, hanno bellamente ignorato la vicenda e le udienze. Undienze peraltro interessanti anche sul piano tecnico, Manning infatti si è dichiarato responsabile, torturato e ha chiesto che il suo caso sia cassato e che gli sia accordata la protezione accordata dalla legge ai “whistleblower” che sono la figura tipizzata dalla legge di chi diffonde segreti governativi o commerciali per denunciare crimini e irregolarità, che non è imputabile di aver infranto impegni alla riservatezza e che in alcuni casi è anche premiato, come capita a chi fa recuperare denaro alla pubblica amministrazione e ne guadagna una parte.

SARA’ DURA - Gli Stati Uniti di Obama non sono quelli che avranno la forza di guardarsi dentro e di mettersi in discussione. Non hanno avuto la forza di sanare Guantanamo e nemmeno quella di mettere sotto accusa nemmeno uno dei responsabili del crollo dell’economia statunitense, non hanno imputato nessuno per la truffa dei derivati e persino la scoperta della manipolazione del Libor si chiuderà al più con la penalizzazione di qualche funzionario, impensabile immaginare un’amministrazione che ripudia un sistema del quale è sovrana espressione.

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Bene, spero di aver stimolato la vostra attenzione.

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