giovedì 14 febbraio 2013

Casaleggio (e Grillo): la macchina del consenso e i Fondi dei Gruppi parlamentari


L'avevo sentito l'altro giorno su LA7 detto da Giulia Innocenzi e confermato dagli altri giornalisti nella stessa trasmissione: i candidati del M5S al Parlamento (sia per la Camera che per il Senato) hanno firmato sottobanco un accordo che non è rimasto segreto (perché qualcuno ha spifferato) secondo il quale i fondi parlamentari concessi dallo Stato ai Gruppi parlamentari (e quindi quelli al Gruppo del M5S) saranno interamente versati per delega a Grillo e Casaleggio. Sono palate di soldi. Ok, un partito o movimento ha le sue spese, ma dopo che Grillo ha fatto a tutti una testa così sul "noi ci autofinanziamo, dallo Stato non prenderemo niente" questa è la seconda botta.

La prima era lo stipendio + diaria. Già, quando il M5S aprì i battenti Grillo fu chiaro: la politica deve essere fatta gratis, solo così ritorna quell'entusiasmo, solo così chi fa politica la fa non per interesse personale, ma collettivo. Poi qualcuno gli ha spiegato che per andare, per esempio, dalle isole a Roma, ci sono tante spese, e se si vuol fare politica al 100% del proprio tempo, quindi lasciando perdere altro, una retribuzione è giusto che ci sia (ma non così alta com'è adesso, aggiungo anche io). E allora la prima botta: la politica non si fa più gratis, anche secondo Grillo, e ora non si capisce quanto si terranno (giustamente, sia chiaro) e quanto verrà reso allo Stato o versato altrove (come è stato fatto in Sicilia alle associazioni a tutela del lavoro) da stipendio + diaria, perché Grillo e Casaleggio non l'hanno chiarito bene (ma forse è lasciato alla coscienza di ogni eletto).

La seconda botta è questa dei fondi ai Gruppi parlamentari: qui è imposto, se ti vuoi candidare (e se ti fanno candidare, giacché il criterio sulla scelta ha premiato i fedelissimi, solo loro), che quei fondi li giri con delega a Grillo e Casaleggio. All'entusiasmo di Grillo forse si può credere (io personalmente non ce la faccio), agli interessi di Casaleggio assolutamente no. Già: avete visto quanta pubblicità ben mirata c'è nel sito (che Casaleggio gestisce)? E ora anche quei milioni di euro. Nuovamente alla faccia del "fare la politica gratis". Personalmente io credo che sia giusto versare alcuni fondi ai Gruppi parlamentari, altrimenti solo chi è ricco può fare attività politica bene. Oggi però ne girano troppi, quindi andrebbero abbassati. Però dopo quel "gratis" questa è la seconda bestemmia. E poi un'altra cosa: se è vero che Grillo (e quindi anche Casaleggio) vogliono ridare la politica alla gente, lascino un po' più libero l'esercizio del Libero Arbitrio ai propri candidati e smettano di epurare eventuali (anche per le piccole cose su cui può capitare che uno, ragionando secondo coscienza, può non essere d'accordo) dissidenti.

Vi consiglio la lettura di questo articolo dell'Espresso, parla di questo ma anche sosprattutto della macchina del consenso: la rete non è così splendida come sembra. Ma questo è chiaro a tutti (quelli che hanno cervello).

Ah, se siete stufi delle pubblicità nei social network e nei siti (su quello di Grillo c'è la pubblicità tutta gestita - e non gratis - Casaleggio), e usate Chrome o Mozilla, scaricate (è gratis) l'add "AdBlock": essa cancella quasi tutti quei fastidiosi banner pubblicitari. Credo che sia fantastica, fateci un pensierino.



'Grillo, un dittatore della Rete'

di Fabio Chiusi
 
Un ex giornalista del 'Fatto' scrive un libro durissimo contro il fondatore del M5S e il modo in cui ha usato Internet: «Scientifico», dice, «ma soprattutto ingannevole e antidemocratico»

Altro che «ognuno vale uno». Ma quale «democrazia diretta». La gestione del duo Beppe Grillo-Gianroberto Casaleggio ha fatto del MoVimento 5 Stelle una «proposta a tratti autoritaria», che si regge su una «ideologia totalitaria» fondata sul mito di una rete sempre e comunque salvifica, portatrice di verità, uguaglianza e meritocrazia. E che si traduce, nella realtà dei fatti, in raffinate tecniche di manipolazione del consenso e delle conversazioni online; in «marketing digitale», propaganda; e in epurazioni, da Giovanni Favia e Federica Salsi a Valentino Tavolazzi, trattato «come i dissidenti nella Russia dei Gulag».

E' questa la tesi principale da cui si snoda l'articolato ragionamento su cui si regge 'Il lato oscuro delle Stelle' (Imprimatur, pp. 288), un testo che rappresenta per l'autore, Federico Mello, una svolta radicale in senso 'tecno-scettico'.

L'ex giornalista del 'Fatto Quotidiano' e di 'Pubblico' lo dice fin dall'inizio: è passato il tempo delle analisi incantate delle dinamiche di auto-organizzazione 'dal basso' del Popolo Viola (contenuta in 'Viola', Aliberti), degli attivisti di Occupy Wall Street o della 'primavera araba'. Oggi Mello inserisce la critica, durissima, al MoVimento di Grillo, nell'orbita di una riflessione a più ampio raggio sul rapporto tra Internet, propaganda e formazione del consenso.

Così, se un tempo «la convinzione alla quale mi appoggiavo», confessa, «era che il mezzo digitale fosse di per sé portatore di una nuova era di libertà e apertura del mondo», oggi l'autore - attingendo a piene mani dall'impalcatura teorica di 'The Net Delusion' di Evgeny Morozov - scrive che «la discussione on line tra sconosciuti non funziona», che «il web è inquinato». Da cosa? «Da profili falsi, troll, identità fantasma, algoritmi utili per vendere di tutto, così come da idee da veicolare come verità assolute».

E il MoVimento 5 Stelle, per Mello, ne è la dimostrazione vivente. Il tutto è pianificato in modo certosino, argomenta il giornalista, a partire soprattutto da un testo del figlio del 'guru' di Grillo, Davide Casaleggio, datato 2008. In quel volume, 'Tu sei Rete', è contenuta la «teoria generale che tiene in piedi il M5S»: «La chiave di questa teoria», spiega Mello, «è che gruppi di persone che si auto-organizzano e si mettono in Rete tra loro risultano estremamente efficaci nel divulgare un messaggio. Il segreto, però, è indirizzare questa auto-organizzazione muovendo una serie di leve».

Leve che permetterebbero al duo Casaleggio-Grillo di prevedere i meccanismi di potere e influenza nei diversi gruppi locali, e far avanzare i fedelissimi a discapito dei non ortodossi. Una visione secondo cui gli attivisti sono comunque «formiche». La metafora è dura, ma per l'autore regge: «Le formiche non devono sapere di essere tali, non devono conoscere le regole del formicaio: la natura farebbe venir fuori comportamenti non in linea con 'l'interesse generale' della Rete e con l'obiettivo deciso a monte». E a tavolino.

Di tutto questo l'ex comico e l'esperto di marketing, scrive Mello, si servono per tenere le redini di una formazione politica in cui non c'è «più spazio per nessun tipo di pensiero critico». Con benefici annessi. Per esempio, a seguito dell'impegno sottoscritto dai candidati riguardo i «gruppi di comunicazione» per i parlamentari 'grillini'. «Grillo e Casaleggio», si legge, «facendo firmare quell'impegno ai loro candidati, hanno obbligato chi verrà eletto in Parlamento a delegare a loro due la gestione di quei fondi. Parliamo di somme ingenti», prosegue Mello. «Visto che lo stesso Grillo prevede l'elezione di 'circa cento parlamentari' potrebbero arrivare anche a 5 milioni di euro ogni anno». Ciò significa che «Grillo, e soprattutto Gianroberto Casaleggio, avranno fondi ingentissimi per installare i propri uomini a Roma (qualcuno dello "staff"?) che possano controllare da vicino i parlamentari eletti e in grado di portare alla massima potenza la guerra digitale grillina. E il tutto, la beffa finale, con fondi pubblici, gli stessi da sempre nel mirino del Movimento 5 Stelle».

Ancora, Mello scrive che anche il tanto decantato programma, lungi dall'essere steso in modo collaborativo su Internet (e del resto, la più volte promessa piattaforma in stile Liquid Feedback è rimasta lettera morta) «se lo sono scritti da soli alla Casaleggio Associati». Possibile? Secondo i calcoli di Mello, rispetto alle proposte avanzate con le «primarie dei cittadini» del 2006 «sono 99 le proposte rimaste identiche, 4 si sono aggiunte e 3 sono state modificate».

Rigoroso nell'esposizione dei fatti, il testo sembra risentire della radicalità della svolta nel pensiero dell'autore. Perché certo, i problemi di democrazia interna nel Movimento non sono mancati e non mancano, ma ricorrere a riferimenti a regimi totalitari, presunte «dittature digitali» e soprattutto a infelici paragoni con i dissidenti finiti nei Gulag sotto il tallone di ferro sovietico appare quantomeno eccessivo: nei regimi totalitari chi critica il potere finisce in carcere o al cimitero, non candidato in Rivoluzione Civile come l'ex grillino Favia. «Il discorso, come si evince dal testo, è più ampio e complesso», replica Mello. «Però indubbiamente nel MoVimento 5 Stelle vedo una deriva autoritaria».

Ancora, se Grillo avesse deciso davvero di fare politica per semplice marketing di se stesso (e dunque per fare soldi), non si capisce bene per quale ragione non avrebbe potuto continuare ad accontentarsi dei suoi spettacoli. «Intendiamoci bene», risponde l'autore, «i soldi, anzi meglio, il business, conta. Casaleggio Associati è un'azienda, non una onlus. Ciò detto penso che ci sia anche altro: c'è un obiettivo egemonico rispetto alla Rete italiana. Così come Mediaset si è imposta come monopolio televisivo negli anni Ottanta, ritengo che identico obiettivo abbia Casaleggio oggi sul web». Obiettivo, prosegue, «già in buona parte raggiunto».

Eppure, a prendere alla lettera la visione che Mello ha del business politico di Casaleggio, svariati 'influencer' sono rimasti nettamente contrari e critici del Movimento. E l'idea stessa di poter imporre una sorta di monopolio sull'influenza in rete, per quanto coerente con l'idea del M5S come realizzazione dell'«incubo di Orwell» (il romanzo distopico '1984', ndr) sembra ancora del tutto incoerente con l'immagine frammentaria e la marginalità dell'opinione pubblica online in Italia. Perché sì, ci sono il 'big data', la 'sentiment analysis' e le metriche di ogni foglia si muova sui social media. Ma che questo comporti consenso effettivo resta da dimostrare.

Soprattutto, resta da dimostrare che sia proprio questa «egemonia», ottenuta tramite la manipolazione online, a fornire la reale fonte del consenso di Grillo. I sondaggi, al contrario, non sono mai stati tanto bassi quanto durante le polemiche per le «parlamentarie» online; e, forse non a caso, hanno ripreso a salire quando il comico ha ripreso a battere l'Italia, piazza dopo piazza, macinando chilometri in camper.

Eppure nel volume la questione della democrazia digitale diventa non solo la chiave esplicativa per comprendere il fenomeno Grillo, ma anche e soprattutto il motivo per individuare un momento in cui «tutto è franato». Errore di valutazione? «Agli elettori Cinque Stelle gli scontri interni non importano, molti neanche sanno chi è Casaleggio», risponde Mello. «Loro votano Grillo, non i singoli candidati a Camera e Senato. A chi voterà Cinque Stelle, probabilmente, importa ancora meno cosa pensa Grillo della Rete. Ciò detto, se lui e Casaleggio non avessero promesso di creare un partito orizzontale, 'leaderless', non avrebbero raccolto l'adesione degli 'innovatori', i primi militanti fondamentali per far crescere il progetto. Se avesse spiegato che voleva un fan club, non sarebbe andato da nessuna parte».

Da ultimo, c'è la domanda che le racchiude tutte: se non si fosse comportato da 'garante' del Movimento, se Grillo non vi avesse impresso le proprie regole di fondo, non ci avesse messo la faccia e non avesse gestito con il pugno di ferro i momenti critici, non è che il M5S avrebbe fatto la fine degli altri movimenti auto-organizzati su Facebook e Twitter, senza leader, 'dal basso'?

In altre parole, la scelta sembra essere tra una gestione accentrata (con inevitabili accuse di 'autoritarismo') ma efficace e una 'liquida' ma che si traduce presto in conflitti interni perfino più dirompenti e, in poco tempo, alla disgregazione.

E' quanto è successo, per restare entro i confini nazionali, al Popolo Viola (accuse di 'dittatura' comprese: all'epoca si trattava dell'enigmatica figura di San Precario, gestore della pagina Facebook del movimento) che Mello conosce bene. «Può essere», risponde, «ma a questo punto, mi chiedo, non era meglio tenerci la cara democrazia rappresentativa piuttosto di questa 'democrazia diretta' che è in realtà 'diretta' sì, ma da uno solo, anzi due?».

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