sabato 2 marzo 2013

Il PD dei giovani in rivolta contro la mummia Bersani. Era ora!!!


Articolo interessante, che riporta la voce ricorrente nei meandri (e non solo) del PD: la base si è rivoltata contro l'inetto in pectore. Da quando Bersani ha preso la guida del partito il PD è in crollo verticale. Un crollo assolutamente meritato. Bersani non ha alcun carisma, non sa esercitare una leadership neanche lontanamente paragonabile a quella di un Enrico Berlinguer o un Aldo Moro (le anime del PD si sa, sono il PCI e quel partito molto a destra che era la DC), non sa parlare, e l'uso ricorrente delle figure retoriche nel caso suo non è indice di cultura, ma segno di una impotenza genetica sui "contenuti". Le uniche lotte che Bersani ha vinto, e per le quali si è battuto davvero, sono quelle intestine per la guida del suo partito. Prima contro Franceschini (un'altra ameba da eliminare) e poi contro il filo-forzista Renzi, là abbiamo visto un Bersani che alzava al voce e riusciva a parlare alla sua base. Contro Franceschini però vinse perché così decise D'Alema, e cioé il capo mafioso del PD, colui che è stato il migliore alleato di sempre per i primi governi Berlusconi; contro Renzi invece vinse perché certe uscite del sindaco di Firenze fecero venire il voltastomaco alla base (una su tutte: proprio dopo i famosi referenda dell'IDV, Renzi si professò favorevole alla privatizzazione dell'acqua pubblica).

Fuori dal PD Bersani ha mostrato tutte le debolezze dell'appartenere a un apparato di auto-sostegno (quello che gravita attorno a D'Alema, suo mentore da sempre e a Rosy Bindi) che ha dimenticato anzitutto come si parla alla gente, e poi ha mostrato inettitudine nel fiutare i venti che passavano, per non parlare della gestione del paese. Nessun polso, nessuna iniziativa davvero utile alla collettività.

Chi legge questo blog da tempo, sa bene che qui non si servono padroni. Voi sapete bene che in passato mi sono unito alle battaglie dei referenda dell'IDV, e ho dichiarato apertamente di sostenere prima l'IDV e ora Rivoluzione Civile; ma sa bene anche che non ho mai avuto problemi a criticare Di Pietro quando ho visto che sbagliava, così come l'ho difeso quando è stato attaccato ingiustamente (vedi la marchetta-Report). Qui non si servono padroni. E' vero che sono antiberlusconiano e antifascista fino al midollo, ma non lesino legnate a chiunque. E oggi che mi sto occupando anche di Grillo ne sto sentendo di tutti i colori, alla voce: critiche con velati insulti sulle mie onestà intellettuale e intelligenza. Questo per chiarire che non sopporto nessun talebano: sia che abbia l'anima bigotta, sia che senta in sé la fiamma tricolore, indossi la kefia sul collo (cosa che a volte faccio anche io) o adori il corano a 5 stelle. Non si prende per oro colato niente, e bisogna mantenere equilibrio, senza farsi affascinare dalle fanfare di moda, di turno.

Precisato questo, andiamo avanti. Dicevo che sono molto contento di questa nuova ondata anti-apparato che vuole spazzare via Bersani e con lui tutte le mummie che hanno appestato e azzoppato il centro-sinistra. Sono le stesse persone che lottizzarono la RAI, hanno goduto dei soldi pubblici usandoli in maniera sospetta (chiedete per esempio a Lusi e Rutelli, ma solo per iniziare).

Il PD e l'Italia hanno bisogno di ritrovare quello sguardo alla gente comune, ai problemi del paese, che lo stesso partito ha perso definitivamente quando ha messo alla porta prima Di Pietro e poi Ingroia (sgraditi anche a Napolitano, oscuro manovratore alla vetero-comunista e democristiana allo stesso tempo). L'Italia merita un rinnovamento della classe politica. Ma non dal di fuori, spazzando via tutto per mettere qualcosa di difficilmente controllabile e difficilmente credibile e soprattutto capace, bensì da dentro, rinnovando i vertici e consegnandoli ai giovani. Senza che per forza debba essrere Renzi a raccogliere le ceneri del partito.

Anche io chiedo espressamente a Bersani e alle mummie a lui vicine di farsi da parte. E soprattutto: il PD non agganci l'amo che gli sta buttando Grillo dicendo che deve fare un governo di emergenza col PDL: quello darebbe modo al comico genovese di sparare ancora più ad alzo zero sui partiti. Il PD deve riaprire a Di Pietro, Ingroia, e tutti gli altri piccoli partiti ex comunisti che sono confluiti in Rivoluzione Civile, deve dare più spazio a Vendola, e ripartire. Questo è l'unico modo, questa è l'unica via per recuperare credibilità, voti, e poter ripartire dove si era fermato il vecchio PCI, alla morte di Berlinguer.

E a chi critica le persone che oggi citano i testi di Gramsci e Berlinguer dico: leggete... leggete i loro testi, là non troverete facili parolacce e concetti arrafazzonati mescolati a poche cose buone, troverete invece un bagaglio di idee e di cultura di inestimabile valore.




Elezioni, nel Pd fronda ‘pro dimissioni’ di Bersani. Obiettivo: dialogare con Grillo

 

A ipotizzare un passo indietro del segretario due dei suoi fedelissimi: Alessandra Moretti e Tommaso Giuntella, mai così vicini alle posizioni dei 'giovani turchi' Orfini, Fassina e Orlando, che puntano sul cambio di rotta per evitare che il partito venga travolto dall'ingovernabilità del Paese

 
di Sara Nicoli

La parola ‘dimissioni‘ nessuno la pronuncia apertamente, ma è quello che molti si aspettano e più di uno teme. Bersani è davanti ad un bivio della sua storia politica e personale. E l’ultimo sgambetto gli è arrivato ieri dalle parole di Dario Fo. Che dopo aver parlato con Casaleggio, ha detto con chiarezza che uno spiraglio di trattativa con i 5 stelle resta, è flebile ma c’è. Ma che nessuno dei giovani neo deputati e senatori voterà mai per un governo targato Bersani. Se si vuole un’alleanza o anche solo un appoggio esterno che faccia nascere un governo targato Pd, l’unico modo è tirare fuori qualche faccia nuova, qualche “nome, che dentro il partito c’è”, ha sottolineato il premio Nobel, purché Bersani faccia un passo indietro. Il guaio è che il segretario Pd questo passo indietro non ha alcuna intenzione di farlo, tenuto in piedi da una nomenclatura che teme il rinnovamento per paura di perdere le rendite di posizione maturate negli anni; sono riusciti ad arginare Renzi, ora però non potranno sostenere un fallimento del possibile governo, dopo aver pareggiato indecorosamente nelle urne.

Al Nazareno il clima si fa sempre più pesante. Fin quando a criticare il segretario erano rimasti i soliti D’Alema e Veltroni, la cosa non poteva destare preoccupazione. Fin quando Matteo Renzi ha storto il naso a distanza, ben attento a non esporsi troppo, questo poteva rientrare nel novero di una strategia sulla lunga distanza dello stesso rottamatore per il suo bene e , forse, in prospettiva anche al partito. Ma se in una stessa, fredda mattinata di febbraio il segretario si è trovato a leggere le critiche e gli inviti a un possibile passo indietro da parte di due dei suoi fedelissimi, il segnale è diventato fin troppo chiaro. E cioè che gli argini rischiano di non reggere ancora a lungo.

Si avvicinano le idi di marzo
A pugnalare il segretario, per il momento solo a distanza, sono stati due dei suoi portavoce nella campagna per le primarie: Alessandra Moretti e Tommaso Giuntella. La prima in una intervista al Corriere; il secondo su un web magazine. La Moretti ha ipotizzato che “se la direzione individuasse un’altra figura di garanzia per dialogare con il M5S, tutti dovremmo pancia a terra lavorare per questo. Il primo a tirarsi indietro sarebbe Bersani”. Una possibilità che lo stesso segretario ha ben presente, ma che naturalmente ha evitato accuratamente di tirar fuori in prima persona in questi giorni delicatissimi, per evitare di compromettere ogni ipotesi nel confronto con Grillo e i suoi. Giuntella, se possibile, ci è andato giù ancora più duro, non citando mai Bersani ma contestando a fondo la campagna elettorale condotta dal Pd “con affanno e poco coordinamento”. Per Giuntella “è mancato un coordinatore della campagna”, ben sapendo che invece quel nome c’era eccome e che quel ruolo lo ha ricoperto per tutta la campagna Stefano Di Traglia, portavoce storico di Bersani e responsabile della comunicazione del partito. Insomma, mentre lui si dava da fare con i suoi 300 spartani, si dice “dispiaciuto” di non aver preso parte alla fase decisionale, “perché avrei consigliato innanzitutto di avercela una strategia”. Di Traglia è, a tutti gli effetti, il vero responsabile della campagna elitaristica portata avanti dal segretario che ha snobbato più di un invito televisivo (non è voluto andare da Lucia Annunziata su Raitre, per esempio) e giornalistico (interviste e confronti) e dimostrando, in questo modo, distanza non solo dai media, ma anche dal Paese reale. Mentre Grillo era nelle piazze, Bersani frequentava solo alcuni luoghi ‘sicuri’ e partecipava a comizi in terre amiche. Il responso delle urne ha fatto il resto.

Ma le critiche a Bersani non sono solo di certo queste, anche se rappresentano un sintomo preoccupante per il segretario, specie in vista della riunione della direzione di mercoledì prossimo. Lì sono in tanti quelli che si preparano a dare battaglia e tra questi non potranno essere ignorati anche i giovani turchi, ai quali Moretti e Giuntella sono molto vicini. Il gruppo capitanato da Matteo Orfini, Stefano Fassina e Andrea Orlando, fin qui fidi scudieri del leader, sono ormai stanchi di aspettare. Se la ruota deve girare, il momento è questo. Altrimenti il partito potrebbe essere travolto. Sia da un mancato incarico da parte di Napolitano oppure (peggio) dall’ammissione di incapacità a trovare una maggioranza in Parlamento. E se per evitare tutto questo si deve chiedere il passo indietro a Bersani, ebbene i primi a volerlo fare sembrano essere davvero i suoi. Prima che “la pugnalata” arrivi da qualcun altro, sempre vicinissimo al leader, ma al momento al di sopra di ogni sospetto. In puro stile “idi di marzo”.

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