domenica 3 marzo 2013

In difesa della Costituzione e del suo art. 67. (E la contraddizione di Grillo)


Un po' di Diritto Costituzionale, da leggere bene, per evitare di cadere nell'ipse dixit, accettando spallate alla Costituzione tanto invisa a Beppe Grillo (ma anche Berlusconi).

Amici.... Oggi mi girano a elica. La mancanza di cultura giuridica e di buonsenso di un certo personaggio della politica mi stanno avvelenando la vita. Ha detto che rispetta il Programma del suo movimento, e quindi siccome ha avuto una condanna passata in giudicato (omicidio di 3 persone) non si è candidato. Eppure per come organizza l'attività del suo movimento lui è come se ci fosse ben dentro, al tanto odiato Parlamento. Esige trasparenza dal Parlamento, ci vuole portare tanta gente dentro (oggi sono accorsi in 5000 a Montecitorio raccogliendo il suo invito) eppure le decisioni che lui e Casaleggio prendono, beh: mica sono assunte a webcam accesa. Tuttaltro.

Oggi scopriamo che il nemico non è solo la politica, o il Parlamento, oggi il nemico di Grillo è anche la Costituzione, nella fattispecie l'art. 67. Lo stesso articolo che nel 2010 Grillo esaltava in un suo post del blog personale.  Leggete quanto segue, poi ne parliamo più sotto.



Grillo: “In Parlamento si pratica la ‘circonvenzione di elettore’”

 

Il leader del Movimento 5 Stelle in un post sul blog interviene contro il divieto di vincolo di mandato previsto dall'articolo 67 della Costituzione. In questo modo, scrive, "l'eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare senza rispondere a nessuno"


di Redazione Il Fatto Quotidiano

Una volta vinto il seggio “l’eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare senza rispondere a nessuno”. Beppe Grillo interviene in un post sul suo blog criticando l’articolo 67 della Costituzione secondo cui “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Quindi “dopo il voto il cittadino può essere gabbato a termini di Costituzione“. In Parlamento, dunque, si pratica la “circonvenzione di elettore”, una prassi “molto comune nel Parlamento italiano, adottata da voltagabbana, opportunisti, corruttibili, cambiacasacca”. Ed è così praticata “da essere diventata scontata, legittima, la norma. Non dà più scandalo”. In questo modo “viene concesso al parlamentare libertà preventiva di menzogna, può mentire al suo elettore, al suo datore di lavoro, senza alcuna conseguenza invece di essere perseguito penalmente e cacciato a calci dalla Camera e dal Senato“.

Infatti “l’elettore, al momento del voto, crede in buona fede alle dichiarazioni di Tizio o Caio, di Scilipoti o De Gregorio. Lo sceglie – prosegue Grillo – per la linea politica espressa dal suo partito e per il programma. Gli affida un mandato di un lustro, un tempo lunghissimo, per rappresentarlo in Parlamento e per attuare i punti del programma”. Non solo: “gli paga lo stipendio attraverso le sue tasse perché mantenga le sue promesse”. Ma nonostante il voto sia “un contratto tra elettore ed eletto ed è più importante di un contratto commerciale” è ritenuto “del tutto legittimo il cambio in corsa di idee, opinioni, partiti. Si può passare dalla destra alla sinistra, dal centro al gruppo misto, si può votare una legge contraria al programma. L’articolo 67 della Costituzione della Repubblica italiana recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Questo consente la libertà più assoluta ai parlamentari che non sono vincolati né verso il partito in cui si sono candidati, né verso il programma elettorale, né verso gli elettori”.

Senza vincolo di mandato, prosegue il leader 5 Stelle, “per cinque anni il parlamentare vive così in un Eden, in un mondo a parte senza obblighi, senza vincoli, senza dover rispettare gli impegni, impegni del resto liberamente sottoscritti per farsi votare, nessuno lo ha costretto con una pistola alla tempia a farsi inserire nelle liste elettorali”. E oggi il Guardian pubblica anche un’intervista di Dario Fo, secondo cui ”Grillo sta salvando l’Italia” dove il prmeio Nobel e sostenitore M5S sottolinea come “occorreva un visionario surrealista come Beppe Grillo per salvare l’Italia”.
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Avete letto, amici?

Secoli di dottrina (e filosofia) del Diritto mandati a puttane con giri di parole totalmente deliranti!

L'Articolo 67 recita: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato"

Questo articolo fu voluto per garantire una libertà assoluta ai membri del Parlamento italiano eletti alla Camera e al Senato. In altre parole per garantire la democrazia i costituenti ritennero opportuno che ogni singolo parlamentare non fosse vincolato da alcun mandato né verso il partito cui apparteneva quando si era candidato, né verso il programma elettorale, né verso gli elettori che, votandolo, gli permisero di essere eletto ad una delle Camere. Questo articolo serve quindi a tutelare la libertà di coscienza del singolo parlamentare.

Questa norma la troviamo nella quasi totalità delle democrazie rappresentative mondiali. Essa deriva dal principio del libero mandato o meglio del divieto di mandato imperativo formulato da Edmund Burke già prima della Rivoluzione Francese: "Il parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi, interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il parlamento è assemblea deliberante di una nazione, con un solo interesse, quello dell'intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale". 

Questo principio fu poi ulteriormente elaborato da Emmanuel Joseph Sieyès, e venne inserito nella Costituzione francese del 1791: "I rappresentanti eletti nei dipartimenti non saranno rappresentanti di un dipartimento particolare, ma della nazione intera, e non potrà essere conferito loro alcun mandato". 

Una norma simile era presente anche nello Statuto Albertino: "I Deputati rappresentano la Nazione in generale, e non le sole provincie in cui furono eletti. Nessun mandato imperativo può loro darsi dagli Elettori".

I deputati e i senatori dunque esercitano la rappresentanza della intera Nazione e non dei singoli cittadini, ed ancor meno dei partiti, delle alleanze, dei movimenti o qualsiasi altra forma d’associazione organizzata con il fine di ottenere voti per essere eletti membri del Parlamento italiano. 

Un effetto collaterale è che l'assenza di vincolo di mandato rende possibile per i parlamentari il passaggio ad un gruppo parlamentare diverso da quello originario, relativo alla lista di elezione. L'opportunità di questo tipo di scelta è tuttavia vivacemente discussa tra i commentatori politici. Infatti tale facoltà è stata ripetutamente sfruttata nella XVI legislatura, sfociando in veri e propri casi di trasformismo politico (Razzi, Scilipoti...). Giovanni Sartori, per contro, sostiene che la causa dei ribaltoni non sia affatto l'articolo 67 della Costituzione, ma piuttosto una pessima legge elettorale. Altri commentatori rilevano come il principio originario del libero mandato tuteli il parlamento dal giogo dei partiti, mentre la Legge Calderoli di fatto lo aggira, permettendo alle segreterie di partito di controllare i deputati e i senatori tramite la minaccia delle non rielezione.

Il rischio di un tradimento a un ideale politico, a un programma, è vero che esiste sempre, all'interno del Parlamento, ma se un partito o movimento seleziona bene i propri candidati, e se questi sono persone oneste, i ribaltoni non si verificheranno. 

E' tutta una questione di onestà, e il Libero Arbitrio di chi viene eletto non deve essere mortificato o azzerato distruggendo l'art. 67 della Costituzione, anche perché se in un Programma di un partito o movimento vengono inserite norme, per es., liberticide o razziste, o se gli elettori di un partito o movimento sono per es. dei razzisti, il deputato o senatore non potrebbe ribellarsi alle imposizioni di legiferare in tal senso!

E' una questione quindi di onestà. Un eventuale dissenso alle sparate per es. di un leader politico, merita protezione attraverso questa forma di libertà garantita dall'art. 67 Cost. Altrimenti ogni deputato o senatore del PDL sarebbe, sempre facendo un esempio, costretto dal partito ad approvare leggi ad personam pro Berlusconi, senza essere libero di non votarle. E' chiaro ora?

Ancora no? Ok, ho ripreso in mano un testo di Diritto Costituzionale, vediamo cosa ne ricaviamo.

"Tale norma ha inteso affermare due principi: quello della rappresentanza nazionale e quello del divieto di mandato imperativo. (...) Il primo è sancito per per svincolare i singoli deputati e santori dai collegi elettorali locali, che li hanno eletti; Il secondo fa divieto al parlamentare di accettare incarichi o istruzioni per lo svolgimento delle sue funzioni, da parte di chiunque, e ne sancisce l'indipendenza dai gruppi politici, economici e sociali." E poi continua: "Il divieto di mandato imperativo, sancito dall'art.67 Cost., oggi trova un forte ostacolo nei rapporti che legano i parlamentari ai partiti: alcuni autori ritengono, addirittura, che oggi tale divieto lentamente stia venendo meno con il progressivo affermarsi della prassi che vincola sempre più strettamente i parlamentari ai partiti".

Continua poi facendo gli esempi purtroppo invalsi nella prassi:
"(a) vincolo di gruppo parlamentare: i deputati e i senatori che si iscrivono ad un gruppo parlamentare si sottopongono al suo ordinamento statutario e assumono l'obbligo non solo di partecipare alle sedute del gruppo, ma anche quello di attenersi nella loro attività parlamentare e nelle votazioni alle decisioni degli prgani di gruppo. Tuttavia, secondo il Virga, questi vincoli non violano il divieto di mandato imperativo, perché essi derivano da rapporti liberamente concordati con altri membri del Parlamento, e non legano almeno in se stessi il parlamentare a gruppi di potere estranei al Parlamento. Sarebbero invece in contrasto con il divieto di mandato imperativo le norme statutarie dei gruppi che vincolano i loro membri alle direttive del partito corrispondente."

Ancora:
"(b) dimissioni rilasciate in bianco: spesso i partiti subordinano l'inclusione di un candidato nella propria lista alla preventiva consegna di una domanda di dimissioni con data in bianco, diretta lla Presidenza della Camera, per cautelarsi contro eventuali mutamenti di idee del parlamentare eletto nelle loro liste. Le dimissioni in bainco (prassi oramai in desuetudine) sono senz'altro invalide, e in ogni Camera, qualora venisse a conoscenza di una tale situazione, sarebbe tenuita senz'altro a respingerle perché in aperto contrasto con l'art.67 Cost."

Andiamo avanti: 
"(c) contratto innominato di deposizione anticipata del mandato: i partiti talvolta esigono che il parlamentare si obblighi a deporre il mandato in qualunque momento, su semplice loro richiesta (v. es. la rotazione praticata negli anni '70 e '80 dal partito radicale a metà mandato). Tale accordo anche se ricorre nella pratica deve ritenersi nullo, perché contrario a norme di ordine pubblico".

Infine:
"(d) dimissioni in caso di uscita dal partito: secondo alcuni Autori, per motivi di correttezza costituzionale, il parlamentare che esce dal partito nella cui lista è stato eletto, sarebbe tenuto a dimettersi; nella prassi però ciò non si è verificato (si pensi ai casi delle scissioni del gruppo del "Manifesto" e a quelle dei monarchici eletti nelle lise del M.S.I. che rimasero in Parlamento anche dopo la loro uscita dal partito). Per Virga tale prassi è confortata dalla considerazione che il parlamentare non viene eletto solo perché è iscritto nella lista di un partito, ma anche sulla base di voti personali di preferenza, rivolti all'individuo e non al partito. "

Bene, ho letto che Grillo ha detto che darà calci in culo ai voltagabbana ("Guai a non attenersi alle direttive del Movimento, a cambiare idea, a votare contro il programma, chi si comporta così andrebbe "perseguito penalmente e cacciato a calci dalla Camera e dal Senato"). Cosa gli avrà fatto pre-firmare agli eletti oltre alla delega in bianco della gestione dei fondi al gruppo 5 Stelle che già ha fatto scandalo qualche settimana fa? Un lettera di pre-dimissioni? Quale altro vincolo avranno inventato lui e Casaleggio per tenere la briglia stretta sugli eletti? Alla luce di quanto appena letto, ogni vincolo è invalido: siamo davanti alla Costituzione, mica alle manie di potere di un folle!

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Ma lo stesso Grillo si contraddice! 
Nel 2010 diceva l'esatto contrario sullo stesso articolo 67 Cost.:  «L'articolo 67 della Costituzione è molto chiaro: chi è eletto risponde ai cittadini, non al suo partito. Un ministro della Repubblica, un presidente del Consiglio, deve fare gli interessi della Repubblica Italiana e, quindi, dimettersi dalle cariche di partito. I nostri dipendenti (...come recita la Costituzione questa gente dovrebbe rispondere a noi) hanno occupato lo Stato, sono membri di comitati di affari e di mutua assistenza che hanno chiamato partiti e ai quali obbediscono. Questi partiti, con questa forma, senza eccezione, come il partito fascista, vanno aboliti. Chi ne entra a far parte, anche in buona fede, anche senza volerlo, non fa più parte della democrazia».

Il discorso è chiaro: questo attacco di oggi suona come una minaccia di cacciata e gogna perpetuta ai suoi eletti se non rispettano i diktat del quartier generale!"Li manderemmo via a calci in culo".

La deriva autoritaria che sarebbe conseguenza dell'abrogazione dell'art. 67 Cost. è un pericolo che in una Democrazia non ci si può permettere.

Gradirei leggere cosa ne pensa Marco Travaglio (che si ricorda sempre tutto quello che dicono tutti, quando vuole), visto il suo totale appoggio a Beppe Grillo.

Leggete ora questo articolo, ciao a tutti:


Senza parlamento e senza dissenso: la fantademocrazia di Grillo e Casaleggio



Grillo non vuole cambiare la politica, vuole cambiare la democrazia. Non vuole sostituirsi al potere esistente, ma lo vuole stravolgere; vuole rifondare le basi che regolano il rapporto tra il cittadino e lo Stato, la sua partecipazione attiva alla cosa pubblica. Grillo, come ha detto lui stesso, se non lo avete capito vuole “cambiare il mondo”.

Ecco perché suscita tante preoccupazioni soprattutto in chi crede nella centralità delle assemblee elettive, nell’importanza fondamentale e unica del parlamento come luogo in cui il popolo sovrano esercita i suoi poteri e si difende dai poteri privati che cercano di condizionare la vita pubblica.

Grillo suscita inquietudine perché è un antiparlamentarista convinto. Per lui il parlamento è il luogo dove la politica diventa una cosa cattiva, dove la volontà popolare si corrompe. Il parlamento va “aperto come una scatola di tonno”. Per questo che lui e Casaleggio ne stanno fuori: a tutela (secondo loro) della loro purezza, della loro buona fede da sbandierare davanti agli elettori esasperati dalle nefandezze della “casta”. Per questo i parlamentari grillini adesso rappresentano se stessi come dei monaci, il cui unico obiettivo è quello di evitare la corruzione mondana, le tentazioni della politica romana. Non vogliono essere chiamati onorevoli, immaginano di vivere nella capitale in case comuni, ostentano la loro distanza dai luoghi del potere in cui sono stati chiamati (“non so dov’è Palazzo Madama”, dice un neoeletto). A loro tocca di stare in parlamento come se fosse una punizione. I loro capi infatti in parlamento non ci stanno. Loro sì che sono onesti, credibili e disinteressati, che non cedono alle lusinghe del potere ma lottano per il bene comune.

La vera grande anomalia del Movimento Cinque Stelle consiste nel fatto che i suoi due fondatori, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, non stando parlamento, non possono essere controllati; eppure controllano direttamente un foltissimo gruppo parlamentare ed esercitano oggi un potere straordinario al di fuori di qualunque istituzione.

Grillo e Casaleggio oggi senza stare in parlamento ne decidono le sorti. Controllano senza poter essere controllati: la negazione della democrazia.

Ma i 163 parlamentari del M5S obbediranno sempre e comunque alla direttive dei capi? O verrà un momento in cui esploderà il dissenso e bisognerà in qualche modo comporlo? E se sì, come verrà fatto? Se la democrazia è il sistema che meglio di qualunque altro garantisce le minoranze, come verranno garantite le minoranze del M5S? In questi giorni i guru Grillo e Casalaggio, davanti alle proteste dei loro elettori che nel blog chiedono di non chiudere la porta in faccia al Pd, hanno detto che si tratta di “infiltrati”. Come inizio non c’è male.

Non c’è democrazia senza un parlamento in cui gli eletti, liberamente eletti, si esprimono liberamente e liberamente votano. Non possono esserci poteri esterni al parlamento in grado di condizionarlo pesantemente. Oggi invece Grillo e Casaleggio condizionano in maniera intollerabile i gruppi parlamentari del Movimento Cinque Stelle. Che sono impossibilitati anche a fissare le regole per il loro stesso funzionamento. Chi le ha scritte le prime 18 regole di comportamento? Chi ha deciso quanto guadagneranno i parlamentari del Movimento? Forse gli eletti? Evidentemente no.

Il Movimento Cinque Stelle ora è il primo partito in Italia; ma finché non darà concreta dimostrazione di saper gestire il dissenso interno e di poter controllare i suoi due capi, il consenso di cui gode è destinato a generare inquietudine e non potrà essere ritenuto un elemento di crescita democratica da parte di chi quel partito non lo ha votato.

Perché io di Grillo ho paura. Io di Grillo non mi fido. Perché lui non crede nel parlamento, crede nella Rete. E ho detto tutto.

1 commento:

  1. Condivido. Sono una banda di ignoranti.
    La questione dell'art. 67 mi interessa e comincia ad intrigarmi.
    Mi è venuta voglia di scriverci qualcosa.
    Grazie.

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