lunedì 18 marzo 2013

La vendetta di uno Stato colluso


da: Antimafia Duemila

di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 18 marzo 2013

La notizia dell’azione disciplinare intrapresa dal Ministro della giustizia, Paola Severino, nei confronti di Antonio Ingroia non rappresenta sicuramente una novità. Dopo il delirio di attacchi incrociati contro l’ex pm di Palermo durante la campagna elettorale, abbiamo assistito alla coda di polemiche e insulti a lui rivolti per la sconfitta di “Rivoluzione Civile” alle recenti elezioni politiche. Subito dopo è stata la volta del procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, noto alle cronache per aver esaudito le pressioni del Quirinale sull’affaire delle telefonate Mancino-Napolitano, che ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti di Ingroia per aver “vilipeso” la Corte Costituzionale con alcuni suoi commenti relativi alla sentenza sul conflitto di attribuzione sollevato da Napolitano. Lo stesso Ciani il 19 aprile dello scorso anno aveva convocato l’allora procuratore nazionale antimafia Piero Grasso per chiedere il “coordinamento tra procure” tanto auspicato da Mancino per risolvere la querelle su quelle telefonate ritenute evidentemente “pericolose”.

Fortunatamente Grasso aveva respinto al mittente quella proposta. A distanza di un anno da alcune interviste rilasciate da Antonio Ingroia, relative alla sentenza di annullamento con rinvio per Marcello Dell’Utri, ecco che si materializza il fantasma di una nuova azione disciplinare contro di lui. Solo qualche giorno fa il magistrato palermitano Salvatore Barresi aveva agitato le acque con le sue dichiarazioni pubblicate su Facebook. Per il giudice a latere del primo processo Andreotti Antonio Ingroia è un “rivoluzionario fallito” in quanto “morto, politicamente, e giudizialmente” e quindi “Palermo si è liberata di un pessimo magistrato”. Il livore delle parole del magistrato, che ha assolto con molta nonchalance Giulio Andreotti (prima che la Cassazione trasformasse l’assoluzione in prescrizione del reato di associazione a delinquere, comunque “commesso fino alla primavera del 1980”), si commenta da solo e qualifica lo stesso Barresi. Le azioni disciplinari intraprese contro Ingroia sono la rappresentazione plastica del tentativo di isolamento e di eliminazione “morale” nei suoi confronti. Un’azione messa in atto da uno Stato colluso che intende così liberarsi definitivamente di chi ha avviato le indagini oggi sfociate in un processo sulla trattativa Stato-mafia. Di fronte a tutto ciò spetta alla società civile prendere posizione. Non si sa ancora se Ingroia rimarrà in magistratura, o se invece continuerà a lavorare sul suo movimento in vista delle prossime elezioni. Al di là della solidarietà e del sostegno nei confronti di Antonio Ingroia, resta l’amara constatazione di vivere in un Paese avido di vendette più o meno trasversali, fondato sul ricatto politico-mafioso. Un Paese per il quale, tuttavia, magistrati come Ingroia hanno sacrificato una vita intera per consegnarlo alle nuove generazioni libero e vivibile così come lo hanno sognato i nostri Padri costituenti. Il compito di difenderlo appartiene sempre di più ad ognuno di noi.

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