domenica 10 marzo 2013

Trattativa Stato-Mafia, il rinvio a giudizio


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Lo Stato processa se stesso, diventa realtà ciò che Sciascia giudicava impossibile

           






Salvatore Borsellino

Sono da poco rientrato da Palermo.
Devo ancora riprendermi dalla profonda emozione che ho provato ieri nel sentire leggere dal GUP Piergiorgio Morosini il dispositivo di rinvio a giudizio per i dieci imputati del processo per "attentato ad un corpo politico dello Stato", quello che da ieri potremo chiamare, a pieno titolo, processo per la "trattativa Stato-mafia".
Non di tratta più di "fantomatica trattativa", di "presunta trattativa" di "pretesa trattativa".
Da ora in poi c'è una sentenza di rinvio a giudizio che rende anacronistico, improprio, deviante, l'uso di questi aggettivi.
Da ora in poi si potrà e si dovrà parlare soltanto di "trattativa Stato-mafia", quella trattativa che è stata la causa scatenante dell'accelerazione dell'assassinio di Paolo Borsellino.
Da ora in poi tutti avremo modo di seguire la fase dibattimentale di un processo che, secondo il dispositivo di rinvio a giudizio non si svolgerà davanti a un semplice tribunale ma davanti alla Corte D'Assise, ci saranno quindi dei giudici popolari che, in rappresentanza del popolo italiano affiancheranno i due giudici togati.
Ad essere giudicati, sedendo per la prima volta fianco a fianco sui banchi degli imputati, saranno 4 appartenenti alla mafia e 5 uomini delle Istituzioni oltre al figlio di un mafioso che compare nel processo nella doppia veste di testimone e di imputato.
Lo Stato processa se stesso, diventa realtà quello che Leonardo Sciascia giudicava impossibile e il rapporto quantitativo è addirittura prevalente per gli uomini di Stato rispetto ai criminali mafiosi, anche se l'ex Ministro Mancino è, per il momento, accusato soltanto di falsa testimonianza.

Da anni aspettavo questo momento, da quando, leggendo sulla agenda grigia di Paolo, nel foglio relativo al 1° luglio, annotato il nome di Mancino e notando come Mancino avesse sempre negato di averlo incontrato, avevo cominciato a chiedermi se il motivo di quella incredibile amnesia non fosse il fatto che in quell'incontro fosse avvenuto qualcosa di estremamente grave, l'ingiunzione a Paolo di fermare le sue indagini sull'assassinio di Giovanni Falcone perché lo Stato aveva deciso di trattare con l'antistato.
Da quel giorno cominciai pervicacemente a contestare a Mancino questa circostanza e questa prova testimoniale postuma di Paolo ottenendone per tutta risposta l'esibizione di un planning settimanale nel quale, nella colonna del 1° luglio, non c'era annotato alcun appuntamento con Paolo, come se questo rappresentasse una prova del non avvenuto incontro.
Peccato che in quel planning c'erano, per quella settimana, riempite soltanto due o tre righe, come se potesse essere credibile che l'attività di un ministro appena insediato nella sua carica potesse ridursi a due annotazioni in tutta una settimana.
A fronte delle mie reiterazioni su queste contestazioni, soprattutto sul fatto che Mancino non poteva pretendere che fosse credibile cha al 1 giugno del '92 potesse non conoscere, come asseriva, la fisionomia di Paolo Borsellino, ho sempre ricevuto delle sprezzanti affermazioni da parte di Mancino e ho appreso di recente, da quanto reso pubblico sulle intercettazioni cui è stato sottoposto in qualità di indagato in questo processo, che alla fine lo stesso si era determinato a presentare querela nei miei confronti e per questo chiedeva aiuto a chi potesse facilitargli questo compito.
E' forse la tensione dovuta all'attesa di una sentenza che per me, per i PM, per la verità, per la giustizia, è insieme un punto di arrivo e un nuovo punto di partenza, per il pensiero che adesso potrà essere fatta giustizia anche delle definizioni di "pazzo", di "caso umano", di "esaltato" che mi sono state affibbiate in questi anni, che non ho sentito pronunciare dal GUP Morosini, tra i nomi dei rinviati a giudizio, il nome da me più atteso, il nome di Nicola Mancino.
Ho dovuto risentire la registrazione dell'udienza per sentirlo finalmente quel nome, mescolato a quello di mafiosi e immediatamente dopo il nome di un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Li elenco nell'ordine, uno dopo l'altro, come li ho ascoltati più e più volte, ogni volta con la stessa emozione:

Leoluca Bagarella
Giovanni Brusca
Massimo Ciancimino
Antonio Cinà
Giuseppe De Donno
Marcello Dell'Utri
Nicola Mancino
Mario Mori
Salvatore Riina
Antonio Subranni

Mancano due nomi, il nome di Calogero Mannino, perché ha scelto il rito abbreviato e sarà giudicato in uno stralcio di questo processo e quello di Bernardo Provenzano perché una perizia lo ha dichiarato in condizioni mentali che non gli consentono di partecipare, per il momento, ad un processo.
Speriamo non si tratti di un caso simile a quello di Bruno Contrada che venne dichiarato quasi in punto di morte, in uno stato incompatibile con quello della detenzione nel carcere militare dove avrebbe dovuto scontare la sua pena e che riacquistò invece improvvisamente la salute quando una provvidenziale perizia gli permise di finire di scontare la sua condanna nella sua casa, a Palermo, a pochi passi dalla casa della mia sorella maggiore.
Che invece, lei si, è morta da pochi mesi a causa di un tumore, mentre Contrada ha riacquistato a tal punto le forze e la salute da permettergli di frequentare i salotti televisivi e di andare in giro per l'Italia a presentare il suo ultimo libro.
C'era accanto a me, durante la lettura dell'udienza, unico imputato presente, Massimo Ciancimino.
Pochi minuti prima mi aveva detto che era li perchè, caso anomalo per un imputato, sperava di ascoltare una sentenza di rinvio a giudizio, perché questo avrebbe significato che il processo poteva andare avanti
Dopo la lettura della sentenza lo ho visto li, vicino a me, esultava anche lui come dall'altro lato, vicino a me, gioiva Federica, una mia compagna del Movimento delle Agende Rosse, parte civile in questo processo, che aveva voluto venire apposta da Roma per starmi vicino in un momento così importante,
Come gioivano intorno a me tanti altri che. come noi, vedevano in questa sentenza un grande passo avanti sulla strada della Giustizia e della Verità.
Ho avuto l'istinto di abbracciarlo e lo ho fatto.
Questo mio gesto mi è stato già contestato da alcuni organi di informazione, gli stessi che in altre occasioni hanno ospitato articoli di chi si dichiara sicuro che mio fratello, seppure da morto, sarebbe disgustato da certi miei comportamenti.
Gli stessi che mi definiscono "di professione fratello di Paolo Borsellino".
Senza Massimo Ciancimino, senza che lui, per primo, dalla parte di chi la aveva vissuto dall'interno come come corriere del padre, parlasse della "trattativa", del "papello", questa sarebbe ancora "presunta", ancora "fantomatica".
Senza la sua collaborazione questo processo forse non sarebbe neppure iniziato.
Io ho abbracciato Massimo Ciancimino testimone in questo processo, ho abbracciato il testimone Massimo Ciancimino che , se pure nella contraddittorietà della sua collaborazione, ha fatto si che tanti uomini delle istituzioni che sono stati partecipi di una scellerata congiura del silenzio e che non siedono, ancora, sul banco degli imputati, riacquistassero, dopo venti anni, almeno una parte delle loro memorie sepolte e, forse, dei loro rimorsi.
Non ho abbracciato Massimo Ciancimino imputato.
Quello, se verrà ritenuto colpevole nel corso di un processo che finalmente, e in parte anche grazie a lui, potrà avere luogo, sarà la Giustizia a giudicarlo.



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