martedì 30 aprile 2013

Dietro il simbolo Rodotà



Il presidente Letta, e la condanna della Storia


Aprite gli occhi: non stiamo dormendo, è tutto vero. Il PD e il PDL sono fianco a fianco in un governo per il quale ogni aggettivo utilizzabile è un insulto punito dal codice penale. Qualche anno fa Violante raccontò della cena in cui due leader pattuirono uno stato di non belligeranza. Oggi quel cerchio si chiude. Ho apprezzato le parole dei parlamentari di SEL e del M5S, e allora scrivo anche io quelle poche righe che se fossi parlamentare avrei letto fra ieri e oggi alle camere.


Presidente Letta, lei (col PD) è caduto nelle trappole di Grillo e in quella di Berlusconi. Grillo ha fatto di tutto per spingervi fra le braccia del PDL, voleva l'inciucio, e voi glielo avete servito su un vassoio d'argento. Berlusconi voleva l'impunità, le ha messo Alfano sul collo e i propri scagnozzi attorno, e l'impunità avrà. E lei c'è cascato due volte.

Nessuna delle parole che ha proferito alle camere e davanti alla stampa possono giustificare la nefandezza delle sue azioni e la gravità della sua scelta.

Presidente Letta, lei è sceso a patti col nemico. Sì, il nemico della Democrazia. L'uomo per la ricchezza del quale scaltri colletti bianchi hanno costruito orrori antigiuridici a tutela delle sue aziende, e per la cui salvezza dal carcere hanno creato orrori antigiuridici. L'uomo per la salvezza del quale il Parlamento si è genuflesso approvando leggi poi dichiarate incostituzionali. L'uomo che vi ha insultato per decenni. L'uomo che ha rovinato la società italiana seminando odio, appiccando incendi nel comune sentire gettandovi poi benzina sopra. L'uomo che ha portato nella recessione economica la nostra patria. L'uomo che ha portato in Parlamento ladri, delinquenti d'ogni sorta e donnette di facili costumi.

Quell'uomo è suo alleato, Presidente Letta, e la tiene in ostaggio, pronto a farla cadere non appena i sondaggi gli diranno che è il momento propizio per farlo, o non appena lei sceglierà di non accettare una fra le tante prevaricazioni che le verranno sbattute in faccia.

Lei ha abbracciato Alfano, e io l'ho vista. 

Si vergogni.

Presidente Letta, lei ha fatto vincere la Democrazia Cristiana sul Partito Comunista (o almeno quello che ne restava), e si è alleato con quel nemico che i Partigiani nel secolo scorso combatterono per darci un paese migliore. 

La Storia ha già emesso una sentenza di condanna morale a suo carico.

Lei non è il mio presidente.

Seminatori d'odio che poi prendono le distanze


Pensate quello che volete, ma se avessimo come leader di partiti e movimenti meno gente che semina odio, appicca indendi e poi ci butta benzina sopra (in perfetto stile berlusconiano), forse forse...




Maroni e Grillo, i pacifici agitatori

 

Il segretario della Lega definisce ''ingiustificabile'' l'attentato di Preiti, ma era accanto a Bossi quando minacciava i fucili del Nord ''sempre caldi''. E anche il leader del M5S evocava bombe sul Parlamento


Scritto da Sirio Valent

I toni sono importanti in politica. Fanno audience immediata se sono gridati, garantiscono autorevolezza se sono pacati. La Lega e il MoVimento hanno sempre preferito il primo genere: minacce, accuse dirette, ironia estrema sugli avversari. All’indomani dell’attentato di Luigi Preiti a Palazzo Chigi, sia Grillo che Maroni deprecano il gesto e si dicono “pacifici”: eppure uno condivideva le “sparate” di Bossi con piglio partecipe, l’altro evocava pochi mesi fa un bombardamento su Roma. 
 
Vent’anni di fucili leghisti. Ma Grillo è quasi simpatico nel fare queste battute. Molto peggio, soprattutto per le intenzioni  e per i fatti, è la linea “violenta” mai veramente abbandonata dalla Lega. Umberto Bossi ha lanciato per vent’anni minacce al mondo politico e a Roma Ladrona, nonostante il suo ruolo di segretario del Carroccio. Nel 1993 ricordava che “le pallottole costano solo trecento lire, quindi stiano attenti quelli là”. Vari riferimenti negli anni, poi nel 2007 parole chiare da Passo San Marco (Bergamo): “I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili, ma per farlo c’è sempre una prima volta”.

Le polemiche non si erano ancora placate che il Senatùr rincarò la dose (aprile 2008): “La sinistra stia attenta, che i nostri fucili sono sempre caldi”, aggiungendo che di uomini non v’era scarsità: “Abbiamo trecentomila uomini, trecentomila martiri pronti a battersi”. Salvo poi puntualizzare di esser molti di più, perché sarebbero “scesi anche dalle montagne” in caso di lotta armata. La “Lega di Governo” abbassò un po’ i toni, ma già durante l’esperienza del governo Monti tornò a minacciare: “Monti deve stare attento, i fucili li facciamo al Nord…”. Dulcis in fundo, Umberto è tornato redivivo sul tema in campagna elettorale, a dicembre 2012. “Certo che mi ricandido a parlamentare”, disse ai giornalisti, “a meno che la Lega non decida di passare a mezzi più rumorosi, tipo i fucili, e riprendersi con la forza il Nord”.

Maroni il pacifico terrorista. L’attuale segretario Bobo Maroni non ha la fedina pulita sul tema. Nel 1998 fu condannato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale: come ex capo delle Camicie Verdi fu imputato per creazione di struttura paramilitare fuorilegge, attentato alla Costituzione e all’integrità dello Stato. Un terrorista che organizzava un gruppo armato, insomma. Se non ha mai ricevuto condanna, è perché a due riprese i governi di centrodestra hanno depenalizzato o abrogato i suoi reati. Suona un bel po’ strano, oggi, sentirlo dire che “l’attentato di Preiti è un atto ingiustificabile”, quando lui stesso considerava “giustificabile” (in nome del Nord) creare un gruppo paramilitare volto a spaccare lo Stato italiano.

Grillo e le coordinate galeotte. Il 2 febbraio 2013, in Piazza Grande a Bologna, Grillo era in pieno Tsunami Tour. Fece un ragionamento serio sul Mali, con qualche battuta sopra le righe. Contestando l’impegno italiano al fianco della Francia (deciso dal dimissionario governo Monti, ndr), l’ex comico disse: “Se Al Qaeda fa una rappresaglia, con chi ce la dobbiamo prendere? Amici musulmani che ci seguite, io non sto con i francesi, non l’ho deciso io”. Alla – condivisibile – valutazione politica seguì uno degli exploit a là Grillo: “Se proprio dovete bombardare qualcosa, ve le do io le coordinate di una ridente cittadina, un pò più a sud di Bologna: Roma”, e diede le coordinate Gps della Camera. “Mi raccomando”, aggiunse,”fatelo prima del 25 febbraio sennò ci finiamo dentro pure noi”. Si tratta evidentemente di ironia, però effettivamente pesante. Bene che Grillo sia stato il primo a disconoscere l’attentato di Preiti, però – come dice Piero Grasso – abbassare i toni non guasterebbe.

domenica 28 aprile 2013

Deputato M5S: “Per Casaleggio non facciamo politica. Siamo pedine”


da: Il Fatto Quotidiano

Mimmo Pisano è stato l'unico eletto del Movimento a non assistere al giuramento di Giorgio Napolitano. In un'intervista al Secolo XIX si dice profondamente deluso dai primi due mesi di legislatura dei 5 Stelle che hanno insistito su Rodotà e affossato così l'ipotesi di un governo e di un dialogo col Pd

 

 

Abbiamo fallito”. E’ deluso Girolamo Pisano, detto Mimmo, l’unico eletto 5 Stelle che lunedì non era in Parlamento per il discorso di Giorgio Napolitano. Il deputato, in un’intervista al Secolo XIX, traccia un bilancio negativo nei primi due mesi di legislatura del M5S, tra promesse di cambiamento che rischiano di sfumare e l’occasione “irripetibile” di “potere votare Prodi“. E ancora: “Avevo dato una proposta di governo a Casaleggio. Mi ha risposto che noi non facciamo politica”. E quindi? “Che facciamo qui, le pedine? Di un gioco però, che forse non sappiamo giocare”.

Giudizi tranchant che partono dal dibattito sul Capo dello Stato. Con Prodi, spiega, “avremmo avuto delle garanzie” e “un governo con Rodotà o Zagrebelsky“, e invece no. Il risultato? “Siamo venuti per fare un governo, o no? Perché se, come penso, il nostro scopo era finire all’opposizione, allora hanno vinto quelli che volevano raggiungerlo”.

E anche sul fronte del dialogo col Pd l’esperienza del Movimento fino a oggi non ha portato a casa nessun risultato. Coi democratici il confronto pare essersi affossato perché “abbiamo tirato troppo la corda, finché non ci hanno più parlato”. Pisano, che è andato di persona a parlare coi giovani del Pd, spiega: “Alla fine quando abbiamo detto no a tutto, ancora mi chiedevano: ‘Allora, lo votano Rodotà?’. Io gli dicevo: ‘Non ce la fa’”. E così è stato. E nonostante questo i suoi compagni di Movimento continuavano imperterriti a ripetere il nome del giurista. A fronte della parziale sconfitta a Palazzo, il risultato del Friuli, dunque, non è una sorpresa: “La gente ci chiede di agire: di fare e non solo di disfare. Dovevamo muoverci subito”. Proprio per questo Pisano aveva condiviso una proposta di governo, rimbalzata da Casaleggio. Perché? “Noi non facciamo politica”, gli ha risposto. E il deputato, dunque, si domanda se i parlamentari M5S siano tutte pedine di un gioco. Che, peraltro, non sanno giocare. 
___    ___    ___    ___    ___

Questa è la notizia più agghiacciante di tutte, in riferimento a come ragiona chi ha la redini nel MoVimento Cinque Stelle.

L'articolo originale è questo:


Il grillino Pisano: «Abbiamo fallito»

 

Roma - Girolamo, detto Mimmo, Pisano ieri non c’era in Parlamento. L’unico tra i 5 Stelle che non era presente al discorso del Presidente. Lo ha seguito a spezzoni, da casa, a Salerno. Il deputato grillino risponde al telefono. Uno sfogo. 

Pisano, lei è tra chi aveva proposto un dialogo con il Pd, come commenta questo epilogo?
«Dovevamo portare il cambiamento, e il presidente della Repubblica è lo stesso. Nel suo discorso ne ha per tutti i partiti, compreso il Movimento. Ha indicato la strada. Non poteva fare altro». 

Cosa pensa abbiate sbagliato voi del M5S?
«Guardiamo agli obiettivi. Quale era il nostro? Checché ne dica Beppe Grillo lo spirito del M5S è costruttivo. Dovevamo entrare nelle istituzioni per cambiare le cose, e non solo per distruggere i partiti. Se guardo agli obiettivi, il risultato è molto deludente. Ho un figlio di 7 anni. Speravo che fra 5 anni avrebbe trovato un Paese migliore, anche grazie a me. E invece ci tocca sperare nella prossima legislatura. Eppure ci era stata offerta un’occasione forse irripetibile». 

Quale?
«Potevamo votare Prodi, almeno. Come aveva lasciato intendere Grillo. Con Prodi avremmo avuto delle garanzie. Potevamo ottenere un governo con Rodotà o Zagrebelsky. Siamo venuti qui per fare un governo, o no? Perché se, come penso, il nostro scopo era finire all’opposizione, allora hanno vinto quelli che volevano raggiungerlo». 

Lei e Tommaso Currò vi siete fatti portavoce di una visione più aperta alla collaborazione con il Pd. Perché non vi hanno seguito?
«Perché molti hanno i paraocchi. Sono andato io a parlare con i giovani del Pd. Alla fine quando abbiamo detto no a tutto, ancora mi chiedevano “Allora, lo votano Rodotà?”. Io gli dicevo: non ce la fa. Il Pd non è più un partito, votano uno contro l’altro. Abbiamo tirato troppo la corda, finché non ci hanno più parlato. E i nostri, pensando ci fosse ancora un interlocutore disponibile, cosa mi rispondevano in coro? “Ro-do-tà, Ro-do-tà”». 

Ha visto il risultato in Friuli?
«Me lo aspettavo. La gente ci chiede di agire: di fare e non solo di disfare. Dovevamo muoverci subito. Tre settimane fa avevo condiviso con tutti i parlamentari una proposta di governo. L’ho fatta avere anche a Gianroberto Casaleggio. Mi ha risposto: noi non facciamo politica. E allora che facciamo qui? Le pedine? Di un gioco, però, che forse non sappiamo giocare».

Il piatto avvelenato. Inciucio, per la gioia di . . . ?


Ecco a voi un fondo di Padellaro che mette abbastanza in chiaro come stanno le cose con l'attuale governo a nome-facciata di Enrico Letta. Qualche buon nome qua e là, tanta Democrazia Cristiana e gruppo Bilderberg, e il manuale Cencelli applicato alla perfezione. La garanzia è tutta pro-Berlusconi. Sappiamo bene che non verrà scritta una legge che tocchi gli interessi di Sua Emittenza (qualche esempio? la legge sul conflitto di interessi, o la materia della Giustizia, ampiamente violentata da anni di leggi ad personam). Resta da vedere se questo governo farà qualcosa di utile per il Lavoro e l'Economia. Resta da vedere quanto durerà. Berlusconi ha le sue pedine nelle posizioni strategiche, e può far saltare tutto quando vuole, per tornare alle urne non appena i sondaggi gli faranno capire che il momento è propizio.

I più tristi in questa storia sono quegli elettori del PD che avevano votato la compagine di Bersani sperando di vedere una lotta vera a Berlusconi e al berlusconismo, e ora si trovano ad aver votato un partito disunito, ostaggio di una Cupola marcia, e che per volere di Re Giorgio ha chinato il capo, rimangiandosi i tanti "mai con Berlusconi" sbandierati ai quattro venti. Fra le mie parentele e amicizie ho tanti che hanno votato PD e mi hanno confidato: "non li voterò più". Come dargli torto? Io non li ho mai votati.

Cosa è il PD ora? Ma soprattutto: cosa è mai stato il PD? Un partito nato disunito per motivi ideologici (parte dell'ex PCI e parte dell'ex DC). Un partito in cui le vere lotte si sono viste non contro gli avversari politici ma al proprio interno per le primarie. Un partito che ha pattuito (così racconta Violante di D'Alema) il "non ti toccheremo mai" col nemico della Democrazia in perenne conflitto di interessi con tutto. Un partito, e questa è la cosa che pesa più di tutte, che quando si è fatto guidare dal più grande statista degli ultimi 30 anni, Romando Prodi, il quale ha rimesso in piedi Lavoro ed Economia... beh, questo partito lo ha fatto cadere due volte (anche se la seconda volta ci hanno messo del loro i compratori di senatori, l'indagine è tuttora in corso). E questo partito ha messo alla porta le poche voci della coscienza che le si sono avvicinate: Di Pietro prima, Ingroia poi. E ora ha perso anche Vendola, che pare abbia smesso di filosofeggiare riprendendo a fare concreti discorsi di sinistra.

Il più felice in questa storia è Berlusconi. Impunità mantenuta, veleno, ricatti. Col suo maggiordomo alla vicepresidenza avrà diretto controllo su tutto (poi c'è lo zio del presidente a fare "caro caro" per placare l'animo ad ogni eventuale sussulto), e lo stesso maggiordomo agli Interni avrà diretto controllo sull'operato della Forza Pubblica, che con la Magistratura accerta i reati. L'infiltrato con la livrea. Una vera vergogna. Chissà come si sentono gli elettori del PDL. Anzi, lo so: sono contenti. Tanto non capiscono niente.

E poi c'è la finta rabbia di Grillo. Grillo ha portato i partiti dove voleva lui, e ora può gridare contento all'inciucio. Grillo ha sempre detto "non farò accordi con nessuno". Nessuno glielo chiedeva, sia chiaro, non l'ha fatto neanche Bersani che - svillaneggiato dal dormiente e dalla fascista annacquata - ha chiesto la fiducia per iniziare a lavorare, solo per quello. Là c'è stato il primo errore (a danno dell'Italia) da parte di Grillo. Poteva dare la fiducia e tenere per le palle il governo Bersani, per portarlo a legiferare bene, anche e soprattutto contro Berlusconi oltre che per il paese. Ma non l'ha fatto. Grillo anzi ha chiesto: "votate voi un nostro governo", ma l'ha fatto senza aver indicato un presidente del Consiglio e una squadra di ministri. Non ce li aveva, non li hai mai avuti: era tutta gazzarra a fini propagandistici. Del resto a Grillo conviene, e lo sa bene, che i suoi 161 (uno è stato epurato perché presente due volte in TV, mentre gli indagati a livello locale sono ancora nel partito...!) stiano all'opposizione: non sanno neanche scrivere un testo di legge. Hanno chiesto i curricula per assumere personale adatto a "far diventare le loro idee in testi di legge". Grillo poi ha fatto il secondo e più grave errore (sempre a danno dell'Italia) nel non aver votato Prodi quando il PD ha mollato il PDL (candidatura Marini) ed è tornato sulla terra. Non hanno votato Prodi, acerrimo nemico di Berlusconi e grande statista, perché i suoi fidi "cittadini" sono in Parlamento per distruggere tutto e ripartire dalle ceneri, mentre intanto il paese non ha niente da ricevere da questa politica di cui il MoVimento Cinque Stelle fa parte. Come se ci fosse tutto questo tempo da poter spendere! E c'è riuscito, Grillo, a gettare quel PD che egli poteva controllare fra le braccia di Berlusconi. Forse allora quelli non sono errori. Chissà come si sentono gli elettori del M5S, ma soprattutto chissà se hanno capito la gravità e le conseguenze delle scelte di Grillo. Penso davvero in pochi.

Il prodotto di tutte queste porcherie e responsabilità gravi, diffuse e sulle spalle di tutti (partiti e MoVimento) è il governo Letta, giostrato da Napolitano cui i partiti si sono rivolti perché non hanno combinato niente.

Son da prendere a ceffoni, tutti.



Governo Letta, un piatto avvelenato

 
di Antonio Padellaro

Chissà come devono sentirsi gli otto milioni e mezzo di elettori del Pd che lo scorso febbraio avevano pensato di votare contro Berlusconi e che ora si ritrovano al governo proprio con il Pdl di Berlusconi.

Un tradimento politico che non ha precedenti nella storia repubblicana, sancito solennemente dal presidente Giorgio Napolitano, vero, unico, grande regista dell’operazione quando stringendo a sé come un figlioccio che deve fare il bravo il premier Enrico Letta ha detto e ribadito che questo è un governo politico” sancito da “un’intesa politica”. Che poi questo ibrido mostruoso degno del dottor Frankenstein sia ingentilito da un qualche nome di prestigio in più (Emma Bonino, Fabrizio Saccomanni) e da qualche impresentabile in meno è la conferma dell’imbroglio.

L’assenza dei pezzi da novanta, da Brunetta a Schifani, da Monti a D’Alema non è una buona notizia per il nipote di Gianni Letta (zio molto presente nelle trattative) perché non offre sufficiente riparo politico al governo politico che, in men che non si dica, potrebbe trovarsi ridotto a rango di governo balneare. Molto dipende da Berlusconi che ha già piazzato il fido Alfano su due poltrone (vicepremier e ministro degli Interni) tanto perché si sappia che comanda davvero. E anche se la Giustizia è toccata al “tecnico” Cancellieri, al Caimano giustamente preoccupato per l’esito dei suoi numerosi processi non mancheranno gli interventi da larghe, anzi larghissime intese di Csm, Cassazione e Consulta. Ancora una volta, l’uomo di Arcore “a un passo da piazzale Loreto” (Giuliano Ferrara), grazie al suicidio del Pd e agli errori di Grillo (non votare Prodi) può giocarsi due carte pesanti. Sfruttare il più a lungo possibile la svolta di Napolitano e approfittare fino all’osso di un governo di cui è azionista di riferimento. Oppure condurre fino in fondo la battaglia per l’abolizione dell’Imu: formidabile calamita di voti nel caso decidesse di staccare la spina e di prendersi tutto il piatto con le elezioni anticipate già nel prossimo autunno.

Lo stesso non si può dire dei Democratici, costretti a cantare viva Napolitano e a portare la croce. Il governo Letta è una vera e propria bomba a orologeria per un partito in dissoluzione, con la base in rivolta e che in Parlamento sarà costretto a cogestire i problemi personali dell’ex nemico. Una delegazione di basso profilo completa la tragedia. Il resto, il rinnovamento generazionale, la bella storia di Josefa Idem campione di governo e la novità di un ministro dell’Integrazione di colore, Cécile Kyenge servono solo ad addolcire un piatto avvelenato.

sabato 27 aprile 2013

Uno sfogo di una amica

"Sto pensando che mi piacerebbe saper scrivere bene, saper scrivere uno di quei bei post che la gente legge volentieri, in cui i pensieri e i concetti espressi non si accavallino tra loro e poter rispondere a tutti quelli che si indignano per come vengono trattati gli elettori del M5S. 
Mi piacerebbe saper esprimere con parole chiare e non volgari la sensazione che si prova quando ci si scontra con un muro fatto di slogan, di insulti, più o meno velati, ogni volta che si è in disaccordo con il "vecchio comico prestato alla politica" che colleziona seguaci che manco Gesù Cristo in vita.
Vorrei saper usare le parole come le usa lui, ma senza il suo livore e la sua studiata maleducazione, per spiegare che è vero che otto milioni di italiani hanno dato il voto al M5S ma che quasi il doppio hanno pensato che non fosse proprio il caso di farlo. Vorrei spiegare, con parole chiare e senza possibilità di fraintendimenti, che molti di loro non hanno votato CONTRO DI LUI, ma hanno votato SECONDO COSCIENZA il partito che più si avvicinava alle proprie idee in termini di economia, giustizia, politiche sociali e quant'altro, in piena libertà.
Vorrei spiegare a tutti quelli che in questi mesi hanno diffuso il verbo a cinquestelle che non sono una lobotomizzata televisa, che non sono a favore della vecchia politica (la Kasta), che non leggo solo ed esclusimente i giornaletti a tiratura nazionale servi di partito ma che ritengo più utile farmi un'opinione delle vicessitudini del Paese leggendo più articoli sullo stesso argomento perchè credo fermamente nel detto: in medio stat virtus.
Mi piacerebbe avere la cultura necessaria per spiegare a tutti quelli che in questi mesi si sono sentiti in diritto di giudicare con parole offensive le mie scelte dichiarandosi unici detenteri della VERITA' RIVELATA, a coloro che si sentono MORALMENTE SUPERIORI, il significato di democrazia e l'uso della coerenza in quest'ambito.
Sto pensando che non sono in grado di farlo e che tutte gli episodi spiacevoli che si sono inseguiti in questi due mesi dal voto, mi hanno tolto la voglia di parlare, di esprimere la mia opinione per non essere trascinata in discussioni sterili che non portano a nulla, in cui alla fine ognuno resta nella sua torre d'avorio, convinto di avere l'unica verità in tasca.
Sto pensando che alla fine nessuno uscirà indenne da questo periodo schifoso che stiamo vivendo, in cui i rapporti di amicizia di vecchia data vengono messi in discussione in nome di una FEDE POLITICA, in cui persone che si stimavano si insultano senza mai ascoltarsi veramente. Un periodo in cui vale più l'opinione di un comico, di un politico di lungo corso o di un vecchio cabarettista rispetto a quella di un amico che ha diviso con te tante giornate. 
Sto pensando che non scriverò più perchè mi sento stanca da morire e il gioco "o sei con me o sei contro di me" mi ha stufato, se non hai votato M5S sei a favore degli sprechi, della casta, delle banche, sei a favore del sistema che ha portato la decadenza in questo Paese.
Sto pensando che mi piacerebbe tanto che qualcuno mi chiedesse: perchè il M5S non ti convince? Qualcuno che avesse la voglia, il desiderio di conoscere veramente le mie motivazioni e che, per un minuto, ci pensasse veramente su prima di rispondermi che sbaglio o almeno che mi dimostrasse DOVE sbaglio. 
Si, sto pensando... ma sono convinta che a nessuno interessi!"
M.D.S. 
 

domenica 21 aprile 2013

L'incoerenza di Bersani e la "coerenza" di Grillo fanno vincere Berlusconi


Avviso ai naviganti: non avendo votato nessuno dei partiti oggi in Parlamento, non ho paraocchi nello scrivere quanto segue.

Che teatrino pietoso, la nostra politica. Nessuno è migliore degli altri, e ogni schieramento pensa a se stesso. Che l'elezione del capo dello Stato sarebbe stata difficile lo si era capito subito dopo la fine della diretta streaming dell'incontro fra Bersani e Creamy-Lombardo per la formazione del governo. I due "bravi" di Beppe Grillo svillaneggiarono il leader (?) del PD e chiusero la porta in faccia alla possibilità di fare quelle 2-3 leggi che avrebbero finalmente eliminato Berlusconi dalla politica, costruendo una buona legge sul comnflitto di interessi, una anti-corruzione e infine ridando il voto (pieno) a noi cittadini attraverso la riforma elettorale. A nulla valsero tonnellate di inviti al M5S di cambiare idea, e addirittura l'attivista a 5 stelle che preparò una petitizione online (che ebbe un successo strepitoso) venne tacciata di essere un "troll". Fra accuse di essere "trolls" della "ka$tha" che scrivono "schizzi di merda digitale" in quanto "pagati dai partiti" Grillo ha ricompattato la base, ricreando abilmente col suo vittimismo in perfetto stile berlusconiano il consenso che stava perdendo velocemente.

Quando si è arrivati a queste travagliate (ma brevi: ricordate per fare un solo esempio l'elezione di Pertini) elezioni del capo dello Stato, era chiaro che Bersani non avrebbe rivolto, almeno all'inizio, lo sguardo verso i grillanti. La scelta di Marini ha avuto dalla sua la giustificazione della ricerca di un alto consenso. Infatti se la Costituzione richiede per le prime tre votazioni la maggioranza qualificata dei 2/3 degli aventi diritto al voto, allora bisogna aprire alle altre forze politiche. Il problema per Bersani però è stato che, non cercato il M5S che aveva scelto con le "quirinarie" flop (pochissimi voti e trasparenza zero per quanto concerne le cifre) il suo candidato Rodotà (un candidato per fortuna ottimo, che ho caldeggiato anche io, sia chiaro per chi ha il paraocchi), la terza forza politica era il PDL. Da Grillo a Berlusconi: che fortuna Bersani, eh?

Quando cerchi Berlusconi, o quando si avvicinano alcuni dei suoi maggiordomi a cercare te (Letta o Alfano), il boccone avvelenato è automatico. Bersani ha consegnato una lista di nomi al satrapo di Arcore, e la scelta è confluita su Franco Marini, gradito a Sua Emittenza. La ricerca della salvezza dalle condanne è la conditio sine qua non di ogni scelta del capo (unita alla cura delle aziende di famiglia).

Arrivati alle elezioni il nome di Marini è saltato grazie ai franchi tiratori. Questo per me è stato un sollievo, perché Marini messo davanti a Rodotà era la scelta peggiore.

Adesso devo aprire una parentesi, a uso e consumo delle tifoserie calcistiche della politica. Devo infatti ribadire un concetto che gli zotici faticano a capire: ogni situazione in politica fa storia a se e va valutata volta per volta, senza paraocchi. Chiaro? 

Con questo concetto nella testa era quindi facile per me (e altri anche se pochi, per fortuna) capire che Rodotà era la scelta migliore in quel momento, e il sollievo provato nel vedere saltare in aria l'inciucio PD-PDL era quindi automatico.

La questione però è cambiata quando Bersani ha capito, vista la rivolta della base e visto che il PD non era unito (non è mai stato unito: le stesse primarie sono sempre state uno scannatoio fra ex DC e ex PCI), che doveva abbandonare l'acccordo con Berlusconi e cambiare rotta. Là l'orgoglio di Bersani ha impedito l'apertura verso la nomina di Rodotà, ma la riflessione ha portato a una scelta che ho valutato in maniera estremamente positiva: Romano Prodi.

A quel punto non ho capito le critiche che sono piovute su Bersani per questa scelta. Tutte figlie di una memoria storica assente. E qui tanti amici mi hanno deluso, davvero tanti. Vi ricordo che Prodi è stato - cifre dell'ISTAT alla mano - il migliore presidente del Consiglio che l'Italia ha avuto negli ultimi 20 anni: tassi di disoccupazione ai minimi storici, Prodotto Interno Lordo ai massimi, economia in piedi e in salute. Ok, Prodi è un ex DC, ma non è mai stato "casta" (anzi: "ka$tha"111!). E il fatto che i suoi governi sono stati fatti cadere prima da D'Alema, eterno geloso e manipolatore del PD pro-Berlusconi (lo ha detto Violante: la famose cena ad Arcore e il patto di non toccare la legge sul conflitto di interessi), e poi da Mastella, ma ricordiamo anche le compravendite di senatori sulle quali la Magistratura sta attualmente lavorando, parlano chiaro.

Che la scelta di Prodi fosse buona poi, è stato confermato anche dal casino che è stato scatenato dagli sgherri di Berlusconi dentro e fuori il Parlamento. Fra magliette "il diavolo veste Prodi" e minacce di occupare le strade (come ha fatto poi qualcun altro, sempre sotto la guida di un duce), fra accuse di aver tradito il patto pro-Marini da una parte e inviti a votare Rodotà dall'altra, Bersani ha tirato dritto.

E quindi là bisognava valutare se fosse meglio Prodi o Rodotà. Io propendevo ancora per Rodotà, ma Prodi sarebbe andato benissimo. Cosa avrebbe potuto allora fare la differenza? Il senso dello Stato, che è stato seppellito in nome di una "coerenza" che si è vista solo finalizzata a distruggere tutto, in barba alle esigenze del paese. Prodi era nella rosa dei 10 venuti fuori dalle "quirinarie", e con la sua elezione nessuno avrebbe aiutato Berlusconi. Era come se Bersani dicesse: "Ok Beppe, la palla passa a te, Prodi non è sgradito alla tua base... lo votate o consegnate il paese al caos?".

I grillanti hanno tirato dritto, e hanno perso la seconda occasione (la prima era: formazione del governo) di fare qualcosa di valido per il paese: hanno dato ancora il voto a Rodotà, e Prodi è caduto perché l'anima dalemiana e renziana ha fatto anch'essa mancare il proprio appoggio. L'occasione d'oro è stata persa, ancora una volta grazie a Grillo, i grillanti, e i franchi tiratori che fecero fuori Prodi allora, e lo hanno rifatto adesso.

Terzo round. Bersani capisce che il PD è spaccato (quale novità!) e che al suo interno non si può ragionare. Post dimissioni sale al Quirinale e chiede a Napolitano di rimettersi in gioco. Lo stesso fa Berlusconi, con fini diversi e con grande gioia: Napolitano è quello che gli ha firmato (e quindi promulgato)  tante leggi ad personam poi dichiarate incostituzionali dalla Corte delle Leggi (così è chiamata spesso la Corte Costituzionale, novizi del Diritto e della politica che cercate la vostra "cultura" su Wikipedia). La politica trova una soluzione di stallo. La piazza ruggisce, Grillo chiama alla marcia su Roma gli adepti: "arrivo alle 19:30" (poi cambia idea, forse gli hanno detto che c'è la Polizia in assetto anti-sommossa), e grillanti e cittadini sfilano per le strade di Roma.

Tutti si sono accorti delle parole di Grillo: "colpo di Stato". Quasi nessuno si è accorto che Stefano Rodotà, inorridito da queste gravi parole di "Peppe Crillo", prende le distanze con un comunicato e si tira indietro: da giurista e uomo con senso dello Stato egli rispetta le Istituzioni, anche quando esse sono macchiate (come infatti è stato, sono il primo a dirlo - lo ribadisco, qualora qualche talebano avesse frainteso). Invito Grillo e quanti oggi parlano ancora di "colpo di Stato" di andarsi a leggere qualche libro (sì, libro, fatelo: sarà faticoso per voi ma vi darà cultura) di storia, e non solo italiana.

Oggi si parla di governo Amato o di governo di quei "saggi" (la cui nomina per quei 10 giorni è stata una forzatura costituzionale che non perdono a Napolitano). Pare che Napolitano scioglierà presto le camere e si tornerà a votare. Ok, ma con quale legge elettorale?

Che dire, amici? Il PD non è mai stato unito. Quando stupidamente il centro sinistra accettò l'idea berlusconiana delle due coalizioni contrapposte, del bipolarismo, dovendo unire in un unico partito due anime che erano storicamente divise (DC e PCI), ha decretato l'inizio della fine. E' vero che il PD è stato, a partire da quel momento, l'unico vero partito, e lo è ancora, anche se allo sbando. Nel PD infatti ci sono sì le faide interne, i regolamenti di conti, ma si discute e si sceglie (invero molto ma molto male ultimamente). Così non capita nella Lega, che serve il padrone, non capita nel PDL, che serve il padrone, e non capita neanche nel M5S, nel quale il controllo della formazione delle idde e del consenso è abilmente mascherato da democrazia diretta quando invece le scelte importanti sono tutte nelle idee di Grillo e Casaleggio, e chi non è d'accordo o viene epurato con una lettera degli avvocati di Grillo o invece messo alla berlina della rete: insulti a raffica dalla base, ben pilotata a comportarsi come vuole il padrone del marchio.

Le responsabilità di quanto è successo in questi giorni pertanto sono di tutti. Sono di Bersani e del PD, che hanno flirtato con Berlusconi per l'elezione di Marini e poi si sono mostrati disuniti, ricorrendo infine a Napolitano come extrema ratio. Sono di Berlusconi e del PDL, che hanno operato scaltramente per scatenare gazzarra sull'errore di Bersani. Sono di Grillo e del M5S, che dopo l'indicazione apprezzata anche da me di Rodotà, quando Bersani gli ha messo sul piatto Prodi hanno cocciutamente tirato dritto, riconsegando all'incertezza l'Italia. Poco valgono la Lega e SEL, che troppo poco peso hanno in Parlamento. Faccio però un plauso a Vendola, che sta tornando a ragionare come faceva un tempo, e che dopo essere stato iatituzionalizzato dal PD, ora rialza la testa.

Il più felice oggi è Berlusconi, il più disperato Bersani. Grillo se la ride: è stato "coerente". Verissimo: lui ha mandato quei 163 parlamentari a fare sempre e solo muro su muro, senza senso dello Stato. Grillo è lì per distruggere. Ha cercato prima per il governo e ora per il capo dello Stato di spingere il PD verso il PDL, e ci è riuscito, anche se solo in parte. Le occasioni di fare qualcosa per l'Italia le ha avute (le aperture di Bersani per il governo, che avrebbe potuto controllare tenendogli le palle ben strette in mano; la votazione di Prodi, che ha rifiutato): ha rifiutato. "Votino i nostri" (candidati per il colle), poi governeremo, riportava il Fatto Quotidiano... suona berlusconiano. Silvio infatti qualche settimana prima aveva proposto la stessa cosa. Bersani con Grillo avrebbe potuto provare a vedere se quella proposta di collaborazione era un bluff oppure no, votando Rodotà. Secondo me era un bluff.

Ora siamo nel caos, proprio come volevano Grillo e Casaleggio, i quali non hanno problemi ad arrivare alla fine del mese e non abbisognano certo del reddito di cittadinanza, supercazzola della campagna elettorale a 5 stelle: un'utopia irrealizzabile per impossibilità palese di copertura finanziaria. Ma s'ha da alzare il consenso, belìn, s'ha da comandare, senza dialogo se non quando fa comodo.

___  ___  ___  ___  ___

In chiusura: ieri ho lanciato un'idea su un social network, invitando i miei amici a scrivere quello che pensavano sull'elezione del capo dello Stato. Ho avuto una grossa e generalizzata delusione, vedendo nelle bacheche tanto silenzio, lamentele generalizzate, e purtroppo leggendo alcuni slogan, ma soprattutto nessuno che accogliesse l'invito, tranne una persona che ha risposto, e pubblico volentieri quanto ha scritto.


"In risposta alla tua richiesta: trovo vergognoso avere un Presidente di 88 anni.
Ora le riflessioni: Perchè no Rodotà? Il PD deve mettere insieme la sua anima clericale (BINDI ed ex margherita) con la sua area di sx pura. Rodotà si è espresso più volte anche ciontro la CEI e quindi non era un nome spendibile per quella parte clericale che voleva comunque compiacere il Vaticano.
Perchè Si A Napolitano? Perchè ormai la situazione era in stallo e il Paese era percorso da brividi di rivolta sociale. Non si sarebbe mai potuto arrivare ad una situazione simile a quella del 1978 quando è stato eletto Pertini alla 16° votazione (se non mi ricordo male)... anche allora si era allo stallo e solo dopo lunghe consultazioni sono arrivati al nome di Pertini. La presenza di internet, della velocità di communicazione (e anche dei grillini sempre presi a pubblicare ogni tiro di pelo) non lo permetteva. Pertanto sono arrivati al nome di Napolitano in modo da avere la possibilità di dare un incarico di Governo o sciogliere le Camere. Si avrà un Presidente dimissionario appena l'esegutivo sarà formato.
Previsioni future: Napolitano farà un nuovo giro di consultazioni e nominerà un nuovo Presidente del consiglio. In caso in cui le consultazioni non avranno esito positivo potrà sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Sia in un caso che nell'altro avremmo a breve una nuova elezione del presidente sperando che si trovi qualche figura diversa da quelle appena bruciate.
Sono soddisfatta? Assolutamente no...trovo tutto grodesco ma di una cosa sono certa... nel caso di nuove elezioni avremmo un csx frammentato e un cdx berlusconiano fortissimo...cioè ci aspettano ancora cinque anni di Belusconi a go-go! Autogol del csx? sicuro come la morte!
Sigh sigh
"
MD


In chiusura la frase di un amico: "Forse Grillo ha bisogno di ricevere il trattamento che è stato riservato a Giacomo Matteotti o ai desaparecidos argentini, almeno capisce cosa è un colpo di Stato. Un sentitissimo vaffanculo Beppe".

sabato 20 aprile 2013

Naturopolis – la Rivoluzione Verde


da: Il Sostenibile
di: Francesca Petretto

In tutto il mondo sempre più persone vivono nelle aree urbane mentre quelle rurali, tradizionalmente intese, si trovano attualmente in un quasi totale stato di abbandono. Questo nonostante in molte regioni soprattutto europee, come reazione alla crisi economica, sia rifiorito un “movimento ecologico o di ritorno alla natura”, non più solo prerogativa della popolazione over-65, ormai raggiunta l’età pensionabile o come prosecuzione di una scelta drastica di vita, fatta negli anni dei figli dei fiori e del movimento hippie, ma anche di giovani fra i 25 e i 40 anni, per lo più persone qualificate, laureate, professionisti e docenti, che ingegnosamente e non solo spinti da un afflato sentimentale di rifiuto dello sfacelo sociale in cui ci troviamo a dover sopravvivere così come di quello economico, fondano eco villaggi, piccole comunità indipendenti sulla scia dell’esempio, in chiave di lettura moderna, delle città utopiste e delle prime città-ideali. Eppure nel mondo ci sono megalopoli nella quali, incredibilmente diremmo, la natura è riuscita a . . . --- CONTINUA A LEGGERE ---

venerdì 19 aprile 2013

Bersani: salto della quaglia. Mortadella sul piatto


Due giorni di inferno, e la ricerca disperata di una resurrezione. Bersani ha certificato il fallimento della sua politica, un fallimento che risale nel tempo, proprio con la ricerca di un consenso berlusconiano per far eleggere Marini al Quirinale, e dopo il diluvio di (giuste) critiche ora fa il salto della quaglia e mette la mortadella sul piatto: Prodi è il suo candidato.


La tattica è chiara: vi ho deluso, ok ora cambio idea, mollo Berlusconi ma si vota il mio candidato Prodi, niente Rodotà.

La palla passa quindi ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle: spingeranno ancora Rodotà, rischiando di bruciare Prodi e sospingere Bersani di nuovo verso Berlusconi, o accetteranno la nomina?

La cosa sa di déjà vu: esattamente per le presidenze delle due Camere Bersani ha dovuto cambiare strategia e sacrificare i suoi nomi di partenza.

L'importante è che Bersani non si accordi con Berlusconi (la foto del suo abbraccio con Alfano fa schifo all'onestà).

L'importante è che Berlusconi abbia un travaso di bile e veda se stesso sul viale del tramonto.

L'importante è che Grillo usi il cervello: Prodi era nei 10 delle "quirinarie", anche se con soli 39 voti (e cioé niente), quindi la scelta pare scontata.

Il giornalista Sandro Ruotolo addirittura rilancia: Prodi al Quirinale e Rodotà a Palazzo Chigi. Ottimo, ma con quale governo, con quali ministri, visto che Grillo non vuole "inciuci"?

La parola ai parlamentari: fra un quarto d'ora si vota.

Nel frattempo Rodotà ha dichiarato che a partire dalla quarta votazione si ritira: messaggio chiaro per Grillo su chi far votare. Poi ha cambiato idea...

E Di Pietro rilancia (un minuto fa, su Facebook): "Non è mai troppo tardi per un ravvedimento. Prodi è una candidatura di qualità e di spessore internazionale, che non si è mai piegato agli interessi truffaldini di Silvio Berlusconi, ma ha agito sempre nel rispetto della nostra Carta costituzionale. Questa scelta mette i grillini di fronte a delle responsabilità. Beppe, se ci sei, batti un colpo!".
 

giovedì 18 aprile 2013

Harakiri di Bersani e incoerenza di Grillo. Sorride solo Berlusconi


Precisazione per le tifoserie politiche (assai peggiori di quelle calcistiche): alle scorse elezioni politiche non ho votato il Partito Democratico, né il MoVimento 5 Stelle, e neppure il PDL di Sua Emittenza Silvio Berlusconi. E' quindi più facile per me discutere un paio di cose, e replicare a tanto ma proprio tanto letto fra ieri e oggi nei social networks e blog d'ogni tipo in relazione alle elezioni di stasera per il nuovo Capo dello Stato.


Anche questa sarà la nuova occasione sprecata per dare una sterzata alla politica italiana, sempre che non salga la percentuale di franchi tiratori e si possa avere la sorpresa che in tanti desideriamo: la nomina di Stefano Rodotà al Quirinale.

I nomi più gettonati in questi giorni sono stati un mix di vecchie volpi della politica e nuove entrate ad essa esterne. In ordine sparso: Finocchiaro, D'Alema, Gianni Letta, Berlusconi, Grillo, Fo, Gabanelli, Strada, Zagrebelsky, Imposimato, Rodotà, Prodi, Marini, Amato (e altri). Come si è arrivati a questo bombardamento di nominabili?

Facciamo un passo indietro. Avuti gli esiti delle elezioni politiche, con l'ingresso massiccio di parlamentari del M5S alla Camera e al Senato, gli equilibri son parsi da subito alterati, e io giudico un po' in meglio: nuova linfa, in larga parte inesperta, e un'attenzione diversa. Bersani, leader del primo partito (primo sì, ma per una manciata di voti), ha capito che l'aria era nuova, e ha mostrato in qualche occasione di saper interpertare un passo (anche se malfermo) sulla strada del cambiamento: via Franceschini e Finocchiaro dalle candidature alle camere e apertura al M5S cui spettava per prassi costituzionale una delle presidenze (essendo il secondo partito). Grillo sbatte la porta in faccia a Bersani urlando all'inciucio, di fatto quindi rinuncia a una delle due presidenze (penso che poi si sia mangiato le mani), e Bersani va per la sua strada e fa due nomi su cui convergono tanti voti (a che dal M5S): Boldrini e Grasso (la prima mi è piaciuta tanto, il secondo decisamente meno, ma siccome era contrapposto a Schifani...).

Si arriva allora alle consultazioni per la formazione del governo. Bersani parla chiaro: "no ad accordi col PDL", e incontra subito i delegati del M5S. Crimi e la Lombardi lo sbeffeggiano, e per conto di Grillo gli sbattono ancora la porta in faccia, rinunciando anche a quegli 8 punti convergenti di programma proposti da Bersani. I grillanti rinunciano anche a fare il minimo: votare la fiducia per far partire la legislatura. Se l'avessero fatto oggi avremmo un governo del PD ma saldamente controllato dal M5S. Il PD infatti ha la maggioranza alla Camera, ma al Senato ha bisogno di appoggio. Il M5S avrebbe quindi tenuto le palle di Bersani strette nel pugno per portarlo a legiferare secondo il proprio credo e programma. Non l'ha fatto. Non ha accettato. E questo è il secondo errore di Grillo, fatto di fronte a un Bersani che chinava il capo e offriva le terga. Ma siccome non si devono fare inciuci (quando inciucio non sarebbe stato, perché inciucio è solo una spartizione di poteri, non accordi programmatici per legiferare - precisazione ad uso e consumo degli ignoranti), allora nisba.

Ora si è arrivati all'elezione del Capo dello Stato. Dopo i due ceffoni e gli sberleffi (di cui sopra) ottenuti dal M5S Bersani non mostra di cercare consenso in chi ha sempre sbattuto la porta, ed è costretto a voltarsi verso il PDL. Perché "costretto"? Perché un Capo dello Stato deve essere eletto col maggior consenso possibile. E ciò non solo in virtù del fatto che nelle prime 3 votazioni si deve raggiungere la così detta "maggioranza qualificata" (che qui è dei 2/3, solo dalla quarta votazione in poi basta la maggiornza assoluta, e cioé il 50% + 1 voto), ma anche perché siccome il Capo dello Stato è il presidente di tutti, il garante della Costituzione e degli equilibri fra i poteri dello Stato, è un buon segnale per il paese far vedere che già da subito i voti sono tanti.

Grillo ha giostrato le cose al solito da solo, ma ha lasciato spazio alla fine a una apertura (potremmo votare un politico e poi dopo vedere che fare con Bersani - del resto la base grillina ha mostrato questa direzione). Ha fatto le "quirinarie", che si sono mostrate un flop, perché a fronte dei 48mila e spiccioli di votanti (tutte persone che hanno affidato nelle mani golose mani del team di Casaleggio i propri dati sensibili) hanno votato davvero in pochi, e il risultato è qui: al primo turno il primo nome (Milena Gabanelli) ha ottenuto appena 900 preferenze, e uno degli ultimi (Romano Prodi) la miseria di 39. Non si hanno notizie precise su queste votazioni, come non si hanno sul secondo turno (il ballottaggio fra i 10, anzi 9: Grillo  si è tirato fuori - non può essere eletto perché è pluriomicida condannato con sentenza passata in giudicato anni fa), il tutto alla faccia della trasparenza (idem con patate per le riunioni, che a volte vanno in streaming, a volte no). Il flop di questa democrazia diretta sì, ma chiusa a poche migliaia di persone (quelle di cui sopra), ha comunque prodotto dei risultati importanti: fattisi da parte - per ovvi motivi dagli stessi interessati spiegati bene - la Gabanelli e Gino Strada, è salito il 3° classificato: Stefano Rodotà (e dietro di lui il mio preferito: Gustavo Zagrebelsky: il più grande giurista e costituzionalista vivente, unico vero esterno alla politica).

Mi sono detto: Rodotà? Dove sta la coerenza di Grillo?

Dato che le tifoserie della politica hanno la memoria lunga solo quando conviene, ricordo ai talebani a 5 stelle che Rodotà è stato gettato nel calderone della "ka$tha" dallo stesso Grillo il 6 luglio 2010, in questo post: "Maledetti, non vi pensionerò!". Leggetevi il post e guardate il video, soprattutto la faccia di chi c'è: Stefano Rodotà, ex parlamentare del PDS, una delle costole da cui è nato il PD. 

Ma come, Beppe, nessun inciucio con la politica, nessun accordo con la politica, hai fracassato i cervelli di milioni di persone in giro per le piazze d'Italia in campagna elettorale e ora candidi un politico? Alla faccia della coerenza tanto sbandierata!

Preciso però una cosa: Rodotà è un buon nome, anzi ottimo. Primo presidente del PDS, giurista, pacato. Se venisse votato lui oggi sarei molto contento, infatti nei vari social network e siti di partito del PD ho attuato (come tantissimi italiani) un certosino bombardamento affinché il PD vada a votare Rodotà e non Marini.

Ma ricordiamo anche cosa diceva Rodotà di Grillo, nel 2012: "Grillo è figlio di tutto quello che non è stato fatto: la perdita di attenzione per le persone, la corruzione, la chiusura oligarchica. Gli ultimi due Parlamenti li avranno scelti al massimo 20 persone. In questo clima, ci dobbiamo aspettare fenomeni alla Grillo. Anzi, può darsi che ne vengano fuori altri, anche più pericolosi. Il fatto è che il populismo berlusconiano non è stato letto con la dovuta attenzione critica dalla sinistra. Ricordo bene cosa si diceva dopo la vittoria del 1994: Berlusconi ha fatto sognare, noi no. Altan, il più grande commentatore politico che ci sia in questo momento, ha disegnato uno dei suoi personaggi che diceva: «Non fatemi sognare, svegliatemi». La sinistra non è stata capace di andare alla radice culturale e politica del populismo berlusconiano. Quella deriva aveva un precedente negli anni del craxismo. Comincia allora la rottura, la corruzione giustificata, esibita, il disprezzo per la politica e per «gli intellettuali dei miei stivali». Anche oggi vedo grandi pericoli. Il fatto che Grillo dica che sarà cancellata la democrazia rappresentativa perché si farà tutto in Rete, rischia di dare ragione a coloro che dicono che la democrazia elettronica è la forma del populismo del terzo millennio. Queste tecnologie vanno utilizzate in altri modi: l’abbiamo visto con la campagna elettorale di Obama e nelle primavere arabe. Poi si scopre che Grillo al Nord dice non diamo la cittadinanza agli immigrati, al Sud che la mafia è meglio del ceto politico, allora vediamo che il tessuto di questi movimenti è estremamente pericoloso. E rischia di congiungersi con quello che c’è in giro nell’Europa. A cominciare dal terribile populismo ungherese al quale la Ue non ha reagito adeguatamente" (Stefano Rodotà, 21 luglio 2012)"

E arriviamo a Marini. Come dicevo sopra, la ricerca del più ampio consenso possibile ha spinto (giustamente) Bersani ad "aprire". Purtroppo però dopo gli sbeffeggiamenti del M5S il terzo partito è il PDL, saldamente in mano al satrapo di Arcore. Se cerchi un accordo con Berlusconi, avveleni tutto: da qui nasce il nome di Marini.

Marini è sicuramente meglio di Amato, D'Alema, Letta, ok. Non è meglio di Prodi (che infatti è odiato alla follia da Berlusconi). Marini purtroppo non è laico, ma cristiano cattolico, infatti proviene da quel calderone lercio che era la Democrazia Cristiana, ma proviene anche dalla CISL. Già questi sono due marchi che non si possono cancellare. Ma l'altro marchio, quello peggiore, è che se piace a Berlusconi il motivo è chiaro: come aveva detto Grillo, e qui sono d'accordo con lui, siccome il Capo dello Stato presiede (anche) il Consiglio Superiore della Magistratura, la scelta di Marini puzza di impunità. E questo è un peso sulla coscienza dei parlamentari che da stasera dovranno votare il nuovo Presidente della Repubblica.

E' innegabile che se Bersani dopo le chiusure di Grillo era quasi costretto ad aprirsi al terzo partito, siccome il terzo partito è il PDL anzi: Berlusconi, Bersani avrebbe dovuto girarsi anche solo per un attimo dall'altra parte e vedere cosa hanno prodotto le "quirinarie". Stefano Rodotà è un nome di sinistra, un nome da PCI. Bersani proviene da quelle parti ma se n'è dimenticato da tempo, come si è di sicuro dimenticato cosa scriveva Gramsci o diceva ai comizi Berlinguer.

La scelta di Marini è una scelta pessima, alla luce della controparte Rodotà, e la base del PD è in piena rivolta: segno che nel PD qualcuno col cervello ancora c'è, e sono soprattutto gli esterni alla Cupola che governa il partito, largamente i giovani, ma non solo. E questo è un messaggio anche per Grillo, per fargli capire che non è vero che i politici sono tutti uguali e tutti ladri (gli slogan acchiappa-voti che abbiamo sentito fino alla nausea).

Con la votazione di stasera (o domani, se la cosa va avanti), Bersani sta decretando il crollo del PD, sta certificando la probabile scissione di Renzi (cui va a dare qualità, che prima non aveva), e sta regalando alle prossime elezioni una marea di voti e Grillo e Berlusconi, che sorridono contenti. Grillo, per i motivi esposti sopra, ha le sue responsabilità davanti alla storia, ma è innegabile che con la scelta odierna di Marini sono più pesanti le responsabilità di Bersani.

Siamo senza speranza, e si rafforza in me la convinzione di aver fatto benissimo a non votare nessuno di questi partiti che stasera poseranno le loro terga sugli scranni del mio Parlamento.

Chi ha qualche minuto in più, inorridisca leggendo questi due articoli:

Il Pd è morto ieri notte

Marini, cioè l'establishment e la casta

 

lunedì 15 aprile 2013

I nodi al pettine delle stragi di mafia


E salta fuori qualcosa di nuovo, raccontato come se fosse cosa normale.



Falcone, individuato il commando della strage
"Ecco chi procurò l'esplosivo": 8 arresti

 

L'ultimo pentito di mafia, Gaspare Spatuzza, rivela i nomi degli esecutori che erano sfuggiti a tutte le inchieste. Il tritolo utilizzato per l'eccidio di Capaci fu recuperato da alcuni residuati bellici trovati in mare. Il verbale: "L'esplosivo era solido, dopo averlo macinato lo setacciavamo con lo scolapasta". Il procuratore Lari: "Nell'esecuzione della strage non sono emersi soggetti esterni a Cosa nostra"

 
di SALVO PALAZZOLO

CALTANISSETTA - Vent'anni dopo, emerge un altro pezzo di verità dai misteri del 1992: la Procura diretta da Sergio Lari e la Dia hanno dato un nome ai componenti del commando mafioso che procurò e preparò l'esplosivo che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie e i tre poliziotti della scorta. E' stato l'ultimo pentito di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza, a offrire gli spunti giusti, chiamando in causa alcuni fedelissimi di Giuseppe Graviano, il capomafia del quartiere palermitano di Brancaccio che sta dietro tutte le stragi del '92 e del '93. Si tratta di Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello. Sono tutti in carcere già da tempo, con condanne pesanti per reati di mafia ed omicidio. Nei loro confronti è scattata una nuova ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip di Caltanissetta Francesco Lauricella, su richiesta del procuratore aggiunto Domenico Gozzo e dei sostituti Onelio Dodero e Stefano Luciani. Il provvedimento riguarda anche Cosimo D'Amato, il pescatore che consegnò al gruppo di sicari l'esplosivo prelevato da alcuni vecchi ordigni trovati in mare, e Salvo Madonia, uno dei reggenti della potente famiglia palermitana di Resuttana, ritenuto uno dei mandanti della strage Falcone, assieme a tutta la Cupola mafiosa. Anche D'Amato e Madonia sono già in carcere. L'ultimo ad essere arrestato è stato il pescatore di Santa Flavia, nel novembre dell'anno scorso: la Procura di Firenze, che indaga sulle stragi mafiose del 1993, ritiene che D'Amato avrebbe fornito l'esplosivo anche per gli eccidi di Roma, Milano e Firenze.

L'ultima indagineDi quel commando di Brancaccio mai nessun pentito aveva parlato nel corso dei processi celebrati per la strage di Capaci, conclusi con una quarantina di condanne, fra mandanti ed esecutori. Giuseppe Graviano aveva ordinato massima risarvatezza per le operazioni di confezionamento dell'eplosivo, e così avvenne: 200 chili di tritolo, prelevato dal mare, furono poi consegnati a Giovanni Brusca, che intanto aveva procurato altri 200 chili di esplosivo utilizzato nelle cave, "l'Euranfo 70". Per la sistemazione della carica finale, Brusca si avvalse di due consulenti: il cugino, che lavorava con gli esplosivi nelle cave, e Pietro Rampulla, un estremista di destra che aveva anche lui molta dimestichezza con gli esplosivi.

"Con quest'ultima indagine  -  dice il procuratore Sergio Lari  -  riteniamo di aver fatto una ricostruzione completa della fase organizzativa della strage del 23 maggio 1992. E non sono emerse responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra". Per la Procura di Caltanissetta non ci sono dunque zone d'ombra nella fase esecutiva dell'eccidio di Capaci. L'unica mano sarebbe stata quella dei sicari di mafia, che agirono su un preciso mandato di Totò Riina.

Il racconto di Spatuzza"Ricordo che un mese e mezzo prima della strage di Capaci, Fifetto Cannella mi chiese di procurargli una macchina voluminosa, per recuperare delle cose. Ci recammo pertanto con l'autovettura di mio fratello nella piazza Sant'Erasmo di Palermo, dove incontrammo Peppe Barranca e Cosimo Lo Nigro, e dove avremmo dovuto incontrare Renzino Tinnirello, il quale però tardò ad arrivare. Ci recammo quindi a Porticello, ove trovammo un certo Cosimo, ed assieme a lui ci recammo su un peschereccio attraccato al molo, da dove recuperammo dei cilindri delle dimensioni di 50 centimetri per un metro legati con delle funi sulle paratie della barca. Al loro interno vi erano delle bombe". Durante il tragitto verso Palermo, i mafiosi trovarono un posto di blocco dei carabinieri, ma non furono fermati. Così ricorda ancora Spatuzza: "Una volta arrivati a casa di mia madre, in cortile Castellaccio, scaricammo i bidoni all'interno di una casa diroccata di mia zia, che si trova a fianco". Il giorno dopo, i "cilindri" furono spostati in un magazzino di Brancaccio: "Lì cominciammo la procedura  -  spiega il pentito  -  tagliando la lamiera dei cilindri con scalpello e martello ed estraendo il contenuto". Ma quell'operazione era troppo rumorosa: "Mi resi conto che eravamo all'interno di un condominio, quel posto non era adatto al lavoro", ricorda Spatuzza davanti ai magistrati di Caltanissetta. Così, l'esplosivo fu trasferito ancora: in un magazzino della zona industriale di Brancaccio dove aveva sede la ditta di trasporti "Val. Trans.", lì Spatuzza lavorava come autista.

"L'esplosivo che macinavamo era solido, di colore tra giallo chiaro e panna. Lo macinavamo schiacciandolo con un mazzuolo, lo setacciavamo con lo scolapasta sino a portarlo allo stato di sabbia". Quell'esplosivo prelevato a Porticello non bastò: "Ci recammo a prelevare altri due bidoni alla Cala, sempre legati a un peschereccio", prosegue Spatuzza. Una parte di quella micidiale carica fu consegnata poi a Giuseppe Graviano per la strage di Capaci, una parte servì per la strage Borsellino.

Flop primo turno "quirinarie": quanti hanno partecipato?


Il TG di La7 ha mandato in onda un servizio in cui - dopo le consuete accuse di Grillo alla politica (alcune condivisibili) - veniva snocciolato qualche dato sul primo turno delle "quirinarie". Scopriamo quindi che il più votato è stato Gino Strada con 900 preferenze, mentre il decimo, Romano Prodi, ha avuto la bellezza di 39 voti (sic!). Ascoltate qui:



Più di 48 mila votanti potenziali, tali sono i registrati in digitale nel blog di Grillo, ma numeri bassi ai voti, sempre che non siano state votate centinaia anzi migliaia di persone diverse (che ne so: tua nonna, Napo Orso Capo, Ciccio di Nonna Papera o il cassamortaro di Trastevere). Ma pare inverosimile.

E su questa "democrazia diretta" on line Grillo vuole rifondare l'Italia? Su questi (pochi) voti e sulle preferenze (pilotate, vedi più avanti l'uscita di Casaleggio di oggi) si vuole smantellare lo Stato di Diritto e far nascere una cosa nuova? Mi pare di ricordare che l'Italia... forse forse... ah: è una democrazia rappresentativa. Devono quindi essere i parlamentari a decidere per il paese chi sarà il prossimo Capo dello Stato, come recita la Csotituzione, e lo devono fare secondo coscienza, non dietro diktat mascherati da democrazia diretta.

Un altro dato che fa riflettere è che tutti questi nomi di politici nei magnifici dieci delle "quirinarie" nascondono una volontà popolare che Grillo ignora apertamente. L'avete già capito? Pensate a questo: se la possibilità o meno di un voto di fiducia del M5S a Bersani fosse stata messa ai voti, come sarebbe andata? E chissà perché in quel caso la consultazione a 5 stelle non è stata fatta. Non è chiaro allora?

Oggi Grillo si è tirato fuori dal secondo turno delle "quirinarie" (o sarebbe meglio dire: "solitarie"?): scelta obbligata, data la fedina penale che ha, ma al suo posto non è stato promosso un undicesimo (qualcuno scomodo?), ma l'ha mascherata bene: "Io ho deciso di non partecipare alla votazione finale e ringrazio per la stima tutti coloro che hanno fatto il mio nome". Ha deciso lui, sì... Sempre oggi poi Casaleggio dice: "(il presidente) non venga dal mondo politico!" (">VIDEO). Quindi le cose sono due: (1) l'uomo di Gaia sta cercando di influenzare il voto degli iscritti (e cioé quelli che sono certificati in digitale, e hanno messo in mano a Casaleggio i loro dati sensibili), e (2) qualora dovesse spuntarla un Prodi, Imposimato o Bonino (quindi qualcuno proveniente dal mondo della politica), dovremo aspettarci comunicazioni su attacchi di hacker al sito, e quindi una nuova consultazione, o peggio ancora: la chiusura della baracca? Casaleggio e Grillo lo hanno sempre detto: mai accordi con i politici, se no si chiude tutto, tanto il marchio è loro (e chi non è democratico come loro.... fuori dai coglioni).

Tutto ciò getta cattiva luce sulla faccenda "quirinarie", vero paradigma di come funziona la creazione del consenso sulle scelte on line del MoVimento 5 Stelle. E non dimentichiamo che non tutto viene sottoposto a votazioni, come non tutto viene mandato in onda in streaming. Della serie: le regole valgono ogni tanto, quando ci fa comodo, ma non sempre.

Ma a rinfrancare lo spirito (davvero giù) ci pensa Roberta Lombardi, la quale sta riuscendo ultimamente nell'impresa di superare Vito Crimi nella raccolta dell'album delle figurine di M.....a (è una bella lotta, avvincente). La Lombardi infatti ha mostrato che le letture alla Camera della Costituzione sono servite a ben poco, visto che per lei il Capo dello Stato da eleggere può avere anche meno di 50 anni ("basta con questi formalismi", ha poi detto Roberta). Ascoltate:









Per l'onorevole Lombardi, ecco il testo dell'art. 84 Cost, I comma: "Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d'età e goda dei diritti civili e politici."

Due parole infine sulla lotta di Matteo Renzi contro la Cupola del PD sulla scelta del candidato per il Quirinale. Siamo agli insulti, ma la cosa che mi fa più ribbrezzo è che la Finocchiaro davvero non vuole capire che i tempi sono cambiati e che la Cupola se ne deve andare a casa (magari portandosi dietro proprio Matteo Renzi, troppo simile a Berlusconi agli occhi schifati di sempre più gente), e che come non aveva alcun diritto di aspirare alla presidenza di una delle due Camere, non ha ora assolutamente diritto di aspirare a quella della Repubblica. Il vecchio PD deve farsi da parte.

Della serie: cacciata dalla porta, cerca di rientrare dalla finestra. Che schifo.

venerdì 12 aprile 2013

Denis Verdini: 12 milioni sotto sequestro


Credo che Verdini stia sperando con tutto se stesso che Berlusconi riesca a infinocchiare Bersani, dandogli il Quirinale per avere il Governo, così qualche leggina gli salva chiappe e patrimonio.



Truffa allo Stato, pm Firenze sequestrano 12 milioni a Verdini e altri indagati

 

Secondo i pm il deputato del Popolo della Libertà e gli altri sospettati avevano costituito un’apposita cooperativa per ricevere le erogazioni pubbliche per l’editoria, per un totale di 22 milioni di euro. Il politico ha sempre respinto le accuse

 
di Redazione Il Fatto Quotidiano

Dodici milioni sequestrati per truffa allo Stato. Nel mirino della Procura di Firenze Denis Verdini (Pdl) e gli altri “protagonisti” della inchiesta coordinata dalla Procura di Firenze. Secondo il pm il deputato del Popolo della Libertà (uomo di fiducia di Berlusconi che era stato avvistato negli ultimi tempi con il bersaniano Migliavacca) e altri indagati avevano costituito un’apposita cooperativa per ricevere le erogazioni pubbliche per l’editoria, per un totale di 22 milioni di euro (in ottobre c’era stato già un sequestro di 10 milioni, ndr). Tra le testate coinvolte il Giornale della Toscana, allegato regionale del Giornale. Quando nel dicembre scorso era scoppiato lo scandalo Verdini aveva ribattuto: “E’ una storia vecchia, grave che i magistrati la pubblicizzino nei giorni in cui si apre la campagna elettorale”.  Verdini è indagato con altre 24 persone e il periodo su cui si concentra l’indagine va dal 2002 al 2012. Nel registro degli indagati erano finito anche l’onorevole Massimo Parisi (sempre Pdl) e altri 23.

Alla fine di ottobre la Guardia di finanza aveva già sequestrato 10 milioni e 800mila euro concessi alla società editrice del giornale, attraverso la Nuova Editoriale scarl, che sarebbero stati illecitamente ottenuti dal 2005 in poi. Poi l’indagine si è estesa nel tempo fino al 2002. Secondo quanto ricostruito dalla procura di Firenze la truffa ammonte a oltre 22 milioni di euro. E quindi dopo il sequestro lo scorso autunno dei primi 10 milioni oggi sono stati sequestrati gli altri 12.Secondo la Procura, Verdini e gli altri indagati avevano costituito un’apposita cooperativa per ricevere le erogazioni pubbliche per l’editoria. Una cooperativa la cui natura, secondo gli inquirenti, sarebbe “palesemente fittizia“: nessuno dei soci vi prestava attività lavorativa, né da lavoratore dipendente, né autonomo, e nessuno di loro parteciva a scelte strategiche o di gestione. Gli indagati avrebbero indotto in errore il dipartimento per l’informazione e l’editoria presso la Presidenza del Consiglio, chiedendo contributi per due testate diverse appartenenti allo stesso gruppo, quando soltanto una avrebbe potuto ottenere i fondi, fornendo false fatturazioni e alterando i dati di diffusione rispetto alla tiratura. 

Verdini è indagato come socio di maggioranza di fatto e amministratore di fatto della Società Toscana di Edizioni srl, che pubblicava Il Giornale della Toscana, e della società Nuova Editoriale società cooperativa a responsabilità limitata, editrice della testata Metropoli day, nonché come dominus del Gruppo Società Toscana di Edizioni – Sette Mari, a cui fanno capo 10 società impegnate nel settore editoriale, tra cui un’agenzia di stampa, una società grafica, due radio fiorentine, una concessionaria pubblicitaria. Come finanziatore delle attività, insieme a Verdini, gli inquirenti hanno indagato il costruttore Roberto Bartolomei, già da decenni socio al 50% con il costruttore pratese Riccardo Fusi, nella società BTP, fallita di recente e coinvolta in altre vicende giudiziarie. Tra gli indagati risultano anche gli imprenditori Girolamo Strozzi e Pierluigi Picerno e gli editori Fabrizio Nucci e Duccio Rugani.

giovedì 11 aprile 2013

“Neutralità climatica” a Berlino: uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK)


da: Il Sostenibile
di: Francesca Petretto


Berlino si propone di essere climaticamente neutrale entro il 2050 – come sia possibile raggiungere un tale obiettivo prova a spiegarlo oggi un team di esperti e ricercatori del PIK  su commissione del Senato della città-stato di Berlino.

“L’Europa e il Mondo intero mostrano grande attenzione per le iniziative sostenibili della metropoli tedesca”, sostiene il direttore del PIK, Hans Joachim Schellnhuber. “Se è vero che la nostra capitale è come si dice un pioniere in termini di protezione del clima/cambiamento climatico, allora è indispensabile faccia da guida e si impegni a mantenere i 2°C  limite – canonici – di riscaldamento globale; perché sia raggiunto questo obiettivo – e perché sia anche mantenuto – non basta l’azione degli stati, ma serve soprattutto il contributo di coraggiose comunità locali”.

Il Senatore per lo Sviluppo Urbano e l’Ambiente della Capitale, Michael Müller, sottolinea l’importanza ed il significato vero dello studio di fattibilità cui hanno lavorato i ricercatori del PIK: “Berlino deve diventare una città ad elevata efficienza energetica, ultra-moderna, in grado di utilizzare al meglio queste opportunità, nella direzione dell’innovazione e della . . . --- CONTINUA A LEGGERE ---