mercoledì 3 aprile 2013

Berlusconi ha paura, E allora PD e M5S: fatelo fuori, fatelo per l'Italia


E spero che il messaggio sia chiaro, ancora una volta: avete i numeri per detronizzarlo, iniziate con l'elezione di un buon presidente della Repubblica (magari donna), e poi continuate con la legge sul conflitto di interessi. Fatelo fuori, fatelo per l'Italia.



B. furioso minaccia di tutto

 
di Susanna Turco

Il Cavaliere è terrorizzato di restare fuori dai giochi per il Quirinale: teme un Capo dello Stato eletto da Pd e M5S che non garantisca la sua immunità e le sue aziende. Ma urla proprio perché ha la pistola scarica

Il prossimo bagno di folla, in stile piazza del Popolo, è fissato per sabato 13 aprile, in piazza Prefettura a Bari, proprio alla vigilia della battaglia finale: l'elezione del presidente della Repubblica, che si avvierà il 18 alla Camera. Un nuovo appuntamento in un momento cruciale, dopo quello del 23 marzo in pieno incarico a Bersani, nel quale Silvio Berlusconi si comporterà proprio come se fosse sull'orlo della campagna elettorale: più Caimano o meno Caimano, a seconda del punto in cui si troveranno le trattative sul dopo Napolitano.

Molto Caimano, si prevede al momento parlando coi medi livelli pidiellini - ma si sa quant'è mobile l'uomo. La macchina comunque, è già avviata: i vertici locali del Pdl, già orgogliosi per aver mandato a Roma 41 pullman due settimane fa, sono in pieno sforzo da pianificazione (parlano di superare ogni aspettativa di presenze), gran regista l'ex ministro Raffaele Fitto. Per certo, si testerà di nuovo l'appeal del mai sopito sogno del Cavaliere di tornare a Forza Italia, proprio come a Piazza del Popolo: bandiere con il logo del 1994, spillette, grida («Viva l'Italia, Viva Forza Italia!».

Oggi come oggi, il Cavaliere non vede l'ora. Non solo perché la piazza lo galvanizza tanto quanto lo demotivano gli accrocchi romani di vertice (il 23 marzo, a ora di pranzo, coi gran ciambellani pidiellini pensosi intorno al tavolo, lui nella stanza accanto dormiva). Soprattutto, perché in quest'aria da melina che si respira nei Palazzi - uno stallo che in verità va oltre la sua persona - Berlusconi intravede a specchio la tenaglia della sua propria fine.

Non a caso l'altro giorno, ad Arcore, le colombe si sono dovute fare in quattro, pur di fargli digerire la faccenda dei dieci giorni per i dieci saggi, essendo lui tentatissimo da improbabili ultimatum (le 72 ore, il ritiro forzoso di Quagliariello) che davano la misura dell'agitazione. Il Cavaliere ha ricominciato a sentirsi volteggiare sopra la testa l'aquila delle procure, dei processi Ruby e Mediaset che si avviano a sentenza ma che sono stati sospesi in questo mese di adempimenti istituzionali: i dibattimenti riprenderanno il 20 e il 22, proprio in piena elezione del capo dello Stato.

Un motivo in più e non da poco, per Berlusconi, per trovare una soluzione non sgradita circa il prossimo inquilino del Colle. Dovesse infatti disgraziatamente fallire la trattativa con il Pd per un nome condiviso, aumenterebbe di gran lunga la possibilità di un governo (Bersani o no) che si regga sulle astensioni. Una volta insediato un qualsiasi governo - è il ragionamento che si fa nel Pdl - la data delle elezioni slitterebbe ben oltre l'autunno. Non malissimo per il partito, che almeno avrebbe modo di rifiatare e magari rinnovarsi - fanno capire nei corridoi quelli che a un rinnovamento del vertice non hanno ancora rinunciato. Malissimo invece per il suo leader, che a quel punto - tra le sentenze dei processi e un ruolo meno indispensabile di quello che avrebbe da candidato premier - sarebbe assai meno protetto.

Per questo, il Pdl tutto in queste ore sta facendo quadrato sul renziano «stiamo perdendo tempo» e «non perdiamo altro tempo» - come ha detto e ripetuto il capogruppo alla Camera Renato Brunetta durante la riunione dei deputati. Per questo, si rimane sull'alternativa secca «o grandi intese o elezioni»: non perché al voto in estate qualcuno creda davvero (secondo i calcoli si andrebbe a luglio, e sarebbe un suicidio), ma perché quella delle urne è l'unica arma – pur parzialmente scarica – che Berlusconi possa agitare al fine di arrivare a un accordo sul capo dello Stato. Nel dopo Napolitano, infatti, il ruolo nella partita e i margini di manovra sarebbero assai più ristretti. Per il momento, la trattativa è in mano ad Alfano, Verdini e Letta, ma si lavora a un incontro diretto del Cavaliere con Pier Luigi Bersani.

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