lunedì 15 aprile 2013

I nodi al pettine delle stragi di mafia


E salta fuori qualcosa di nuovo, raccontato come se fosse cosa normale.



Falcone, individuato il commando della strage
"Ecco chi procurò l'esplosivo": 8 arresti

 

L'ultimo pentito di mafia, Gaspare Spatuzza, rivela i nomi degli esecutori che erano sfuggiti a tutte le inchieste. Il tritolo utilizzato per l'eccidio di Capaci fu recuperato da alcuni residuati bellici trovati in mare. Il verbale: "L'esplosivo era solido, dopo averlo macinato lo setacciavamo con lo scolapasta". Il procuratore Lari: "Nell'esecuzione della strage non sono emersi soggetti esterni a Cosa nostra"

 
di SALVO PALAZZOLO

CALTANISSETTA - Vent'anni dopo, emerge un altro pezzo di verità dai misteri del 1992: la Procura diretta da Sergio Lari e la Dia hanno dato un nome ai componenti del commando mafioso che procurò e preparò l'esplosivo che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie e i tre poliziotti della scorta. E' stato l'ultimo pentito di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza, a offrire gli spunti giusti, chiamando in causa alcuni fedelissimi di Giuseppe Graviano, il capomafia del quartiere palermitano di Brancaccio che sta dietro tutte le stragi del '92 e del '93. Si tratta di Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello. Sono tutti in carcere già da tempo, con condanne pesanti per reati di mafia ed omicidio. Nei loro confronti è scattata una nuova ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip di Caltanissetta Francesco Lauricella, su richiesta del procuratore aggiunto Domenico Gozzo e dei sostituti Onelio Dodero e Stefano Luciani. Il provvedimento riguarda anche Cosimo D'Amato, il pescatore che consegnò al gruppo di sicari l'esplosivo prelevato da alcuni vecchi ordigni trovati in mare, e Salvo Madonia, uno dei reggenti della potente famiglia palermitana di Resuttana, ritenuto uno dei mandanti della strage Falcone, assieme a tutta la Cupola mafiosa. Anche D'Amato e Madonia sono già in carcere. L'ultimo ad essere arrestato è stato il pescatore di Santa Flavia, nel novembre dell'anno scorso: la Procura di Firenze, che indaga sulle stragi mafiose del 1993, ritiene che D'Amato avrebbe fornito l'esplosivo anche per gli eccidi di Roma, Milano e Firenze.

L'ultima indagineDi quel commando di Brancaccio mai nessun pentito aveva parlato nel corso dei processi celebrati per la strage di Capaci, conclusi con una quarantina di condanne, fra mandanti ed esecutori. Giuseppe Graviano aveva ordinato massima risarvatezza per le operazioni di confezionamento dell'eplosivo, e così avvenne: 200 chili di tritolo, prelevato dal mare, furono poi consegnati a Giovanni Brusca, che intanto aveva procurato altri 200 chili di esplosivo utilizzato nelle cave, "l'Euranfo 70". Per la sistemazione della carica finale, Brusca si avvalse di due consulenti: il cugino, che lavorava con gli esplosivi nelle cave, e Pietro Rampulla, un estremista di destra che aveva anche lui molta dimestichezza con gli esplosivi.

"Con quest'ultima indagine  -  dice il procuratore Sergio Lari  -  riteniamo di aver fatto una ricostruzione completa della fase organizzativa della strage del 23 maggio 1992. E non sono emerse responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra". Per la Procura di Caltanissetta non ci sono dunque zone d'ombra nella fase esecutiva dell'eccidio di Capaci. L'unica mano sarebbe stata quella dei sicari di mafia, che agirono su un preciso mandato di Totò Riina.

Il racconto di Spatuzza"Ricordo che un mese e mezzo prima della strage di Capaci, Fifetto Cannella mi chiese di procurargli una macchina voluminosa, per recuperare delle cose. Ci recammo pertanto con l'autovettura di mio fratello nella piazza Sant'Erasmo di Palermo, dove incontrammo Peppe Barranca e Cosimo Lo Nigro, e dove avremmo dovuto incontrare Renzino Tinnirello, il quale però tardò ad arrivare. Ci recammo quindi a Porticello, ove trovammo un certo Cosimo, ed assieme a lui ci recammo su un peschereccio attraccato al molo, da dove recuperammo dei cilindri delle dimensioni di 50 centimetri per un metro legati con delle funi sulle paratie della barca. Al loro interno vi erano delle bombe". Durante il tragitto verso Palermo, i mafiosi trovarono un posto di blocco dei carabinieri, ma non furono fermati. Così ricorda ancora Spatuzza: "Una volta arrivati a casa di mia madre, in cortile Castellaccio, scaricammo i bidoni all'interno di una casa diroccata di mia zia, che si trova a fianco". Il giorno dopo, i "cilindri" furono spostati in un magazzino di Brancaccio: "Lì cominciammo la procedura  -  spiega il pentito  -  tagliando la lamiera dei cilindri con scalpello e martello ed estraendo il contenuto". Ma quell'operazione era troppo rumorosa: "Mi resi conto che eravamo all'interno di un condominio, quel posto non era adatto al lavoro", ricorda Spatuzza davanti ai magistrati di Caltanissetta. Così, l'esplosivo fu trasferito ancora: in un magazzino della zona industriale di Brancaccio dove aveva sede la ditta di trasporti "Val. Trans.", lì Spatuzza lavorava come autista.

"L'esplosivo che macinavamo era solido, di colore tra giallo chiaro e panna. Lo macinavamo schiacciandolo con un mazzuolo, lo setacciavamo con lo scolapasta sino a portarlo allo stato di sabbia". Quell'esplosivo prelevato a Porticello non bastò: "Ci recammo a prelevare altri due bidoni alla Cala, sempre legati a un peschereccio", prosegue Spatuzza. Una parte di quella micidiale carica fu consegnata poi a Giuseppe Graviano per la strage di Capaci, una parte servì per la strage Borsellino.

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