giovedì 11 luglio 2013

Schifani e Riina: novità!


Ancora news, altri collaboratori di Giustizia decidono di parlare, e per l'avv. Schifani riparte lo sputtanatmento. Amicizie pericolose...



Quanto piaceva Schifani a Riina

 
di Lirio Abbate

«E' una mente!», si esaltava il capo di Cosa Nostra parlando con la moglie, dopo aver visto l'allora presidente del Senato in televisione. Mentre quattro pentiti accusano: «Era lui l'uomo di congiunzione tra Stato e cosche»

Secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza «il senatore Schifani poteva essere l'anello di congiunzione per la trattativa» fra Stato e mafia.

E' uno dei punti d'accusa che 'l'Espresso' in edicola da venerdì12 luglio rivela a carico di Renato Schifani, presidente dei senatori Pdl, sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa. Per la procura di Palermo si deve procedere all'archiviazione per l'ex presidente del Senato ma il gip non ha accolto la richiesta.

Nell'atto d'accusa ci sono pure le parole del capo di Cosa nostra, Totò Riina, pronunciate durante una conversazione con la moglie e la figlia avvenuta in carcere in cui tesse le lodi dell'ex presidente del Senato: «Una mente è, che è una mente!». Nel video registrato dagli investigatori si vede come il volto del padrino assuma un'espressione sorridente quando pronuncia le parole di stima per Schifani, un apprezzamento che per i magistrati «non è certo lusinghiero per il destinatario».

Un altro pentito, Francesco Lo Verso parla di Schifani e dice: «Sono convinto che, almeno per il passato, non c'è mafia senza politica... Anche Provenzano in più occasioni mi ha parlato di rapporti con la politica e le istituzioni».

Lo Verso racconta le confidenze del mafioso Nicola Mandalà, il figlio del boss di Villabate Nino Mandalà che curava la latitanza di Provenzano. «Nicola mi disse: abbiamo nelle mani Schifani e Dell'Utri. Mio padre è amico di Schifani». Anche in questo caso, i pm ritengono che se questo elemento fosse provato assumerebbe un peso non indifferente, perché è noto «che essere nelle mani di esponenti mafiosi significa supportarne e rafforzarne l'attività».

Sono alcuni degli elementi che verranno discussi il 23 luglio nell'udienza davanti al gup in cui si deciderà il destino giudiziario di Renato Schifani.

Per due anni i pm di Palermo hanno raccolto deposizioni di collaboratori e ricostruito l'attività professionale di Schifani, senza però individuare "sufficienti elementi di prova per sostenere il dibattimento": per questo hanno chiesto di archiviare le accuse contro il parlamentare.

Ma il giudice Piergiorgio Morosini sembra essere rimasto colpito dagli episodi descritti a carico di Schifani: per il momento non ha accolto l'istanza della procura e ha fissato l'udienza. Morosini, lo stesso che ha rinviato a giudizio gli imputati per la trattativa Stato-mafia, fra cui Marcello Dell'Utri e il generale Mario Mori, ritiene necessari approfondimenti ulteriori: da qui la decisione di sentire le parti.

«Ho messo a fuoco i miei ricordi su Schifani e ne ho parlato ai magistrati perché già prima dell'attentato all'Olimpico (gennaio 1994 ndr) sapevo che c'era una trattativa Stato-mafia. Quando ho visto Schifani in televisione e con incarichi politici, mi è venuto in mente che frequentava spesso il capannone di Brancaccio a Palermo dove Filippo Graviano si fermava a fare incontri. Ed ho ipotizzato che Schifani poteva essere l'anello di congiunzione per la trattativa», rivela Spatuzza.

L'iscrizione sul registro degli indagati risale al'1luglio 2010: per la prima volta la seconda carica dello Stato è finita sotto inchiesta per mafia. Già in precedenza, il 13 marzo 1996, Schifani era stato indagato per concorso esterno per la sua presunta partecipazione ad un comitato d'affari, che avrebbe favorito imprese portatrici di interessi mafiosi nella gestione dell'appalto per la metanizzazione di Palermo. Schifani è stato archiviato il 17 marzo 1998.

L'istruttoria è stata riaperta il 14 gennaio 1999, con l'accusa più grave di associazione mafiosa, ma anche questo reato è stato archiviato il 4 febbraio 2002.

L'ultimo procedimento è nato da nuovi elementi sui presunti rapporti di Schifani con esponenti di vertice di Cosa nostra, in particolare con i fratelli Graviano: i fedelissimi di Riina, autori della strage di via d'Amelio e degli attentati del 1993 a Milano, Roma e Firenze. Tutto parte da un interrogatorio che i pm di Firenze fanno a Spatuzza, che per anni è stato al fianco dei Graviano. Il pentito racconta di aver appreso da Giuseppe Graviano i retroscena dei suoi nuovi rapporti con la politica, dei suoi contatti con Marcello Dell'Utri e per suo tramite con Silvio Berlusconi.

I pm hanno esaminato anche l'attività professionale di Schifani negli anni precedenti l'elezione. Lo stesso Spatuzza ha descritto beni acquistati di fatto da Filippo Graviano in aste giudiziarie e fallimenti: «Abbiamo sempre avuto aiuti dal tribunale fallimentare» rivela il mafioso: «Ritengo che Schifani potrebbe avere svolto incarichi presso la sezione fallimentare».

mercoledì 10 luglio 2013

Consueto servilismo calabraghe italiano agli USA: il caso Snowden


Edward Snowden, un altro che si è prodigato per far conoscere le nefandezze commesse dal governo USA in questi anni, e i pericoli che affronta. Chiede asilo politico anche all'Italia, e l'Italia - trattandosi di USA - si cala le braghe mettendosi a 90°. Siamo dei pagliacci.


Bonino, perché non risponde?

 
di Stefania Maurizi

Snowden è un traditore o un disobbediente civile? Gli Usa hanno invaso la nostra privacy? Perché il governo italiano è così timido sulla vicenda? Il ministro degli Esteri si rifiuta di ricevere queste domande

«Non sussistono le condizioni giuridiche per accogliere la richiesta, che a giudizio del governo, d'altra parte, non è accoglibile neanche sul piano politico». La settimana scorsa, il ministro Emma Bonino ha spiegato così il rifiuto del governo italiano di concedere asilo politico a Edward Snowden, il trentenne ex contractor della National Security Agency (Nsa) che ha rivelato i programmi di sorveglianza di massa della Nsa e che attualmente è intrappolato in un limbo, privato del passaporto e incriminato per spionaggio per avere fornito ai giornalisti del "Guardian" e del "Washington Post" documenti top secret sulla Nsa.

Per quello che se ne sa, Snowden si trova ancora nell'aeroporto di Sheremetyevo, Mosca, in attesa di capire se uno dei tanti paesi del mondo a cui ha chiesto asilo glielo concederà, visto che l'intera Europa gli ha sbattuto in faccia la porta. E' assistito da Sarah Harrison di WikiLeaks, capace di gestire le questioni legali più delicate dell'organizzazione , e continua ad essere sostenuto da media internazionali, come il 'Guardian' e lo 'Spiegel', che hanno messo la faccia sul caso Snowden, con il 'Guardian' che è arrivato a pubblicare due editoriali in cui definisce il giovane ex contractor "un obiettore coscienzioso" e "un whistleblower, non una spia".

Lunedì il 'Guardian' ha pubblicato la seconda parte dell'intervista con Snowden, condotta da Glenn Greenwald e Laura Poitras, la documentarista americana che sta girando una trilogia sull'America dopo l'11 settembre e sull'organizzazione di Julian Assange, WikiLeaks.

Secondo quanto raccontato da Poitras, Snowden l'aveva contattata per la prima volta a gennaio, ovvero cinque mesi prima che Poitras e Greenwald firmassero gli scoop del 'Guardian' e del 'Washington Post' su Snowden. E' una documentarista pluripremiata e che in più occasioni ha raccontato pubblicamente che, per il suo lavoro, è stata fermata e interrogata alla frontiera Usa ben quaranta volte. «I problemi alla frontiera significano che tu sei stata selezionata. Ogni cosa che fai, ogni amico che hai, ogni acquisto che fai, ogni strada che attraversi, sei osservata, probabilmente questo sistema di cose non ti piace e io posso raccontarti», le avrebbe detto Snowden nei primi contatti diretti, secondo quanto Poitras ha raccontato.

Nell'intervista rilasciata al 'Guardian', Snowden dichiara che i giganti della Rete, Google, Facebook, Apple, Microsoft fornirebbero alla Nsa accesso diretto a tutte le comunicazioni dei loro clienti. «E' una capacità tecnica pericolosa per chiunque, ma in particolare per un'organizzazione [come la Nsa, ndr] che ha dimostrato nel tempo di sottrarsi al pubblico scrutinio», ha spiegato, aggiungendo che gli Stati Uniti potrebbero incriminarlo per avere "aiutato il nemico": la stessa identica incriminazione scattata contro Bradley Manning per avere passato i documenti segreti a WikiLeaks, file che, come quelli di Snowden, sono stati pubblicati e ripresi dalla stampa di tutto il mondo.

Subito dopo che il ministro degli Esteri Emma Bonino ha annunciato il rigetto della richiesta di asilo politico a Edward Snowden da parte dell'Italia, "l'Espresso" le ha chiesto un'intervista per discutere il caso. L'intervista è stata rifiutata.

Queste sono le domande che il nostro giornale intendeva rivolgerle, ma che non è riuscito a farle.

1) Ministro Bonino, lei ha dichiarato che non ci sono né le condizioni giuridiche né quelle politiche per accogliere la richiesta di asilo, precisando che la normativa italiana, come quella di altri paesi europei, prevede che la domanda debba essere presentata alla frontiera o sul territorio nazionale. Giornali di grande reputazione internazionale, come il quotidiano inglese 'Guardian' o il settimanale tedesco 'Spiegel', hanno messo in gioco la loro credibilità sul caso Snowden, spiegando che si tratta di un 'whistleblower', ovvero di una persona che lavorando all'interno di un'azienda o di un'organizzazione e scoprendo che questa porta avanti pratiche illegali o comunque contrarie ai diritti umani o alle regole della civiltà, denuncia pubblicamente quello avviene, pur sapendo che andrà incontro a rappresaglia. Non crede che i paesi europei, tra cui l'Italia, non dovrebbero abbandonare Snowden a se stesso, ma dovrebbero invece proteggerlo?

2) Lei ha dichiarato che la richiesta di asilo di Snowden non è accoglibile né dal punto di vista giuridico né sul piano politico. Cosa intendeva dire esattamente accennando al lato politico della vicenda?

3) Oltre ai grandi giornali, Amnesty International ha preso posizione sul caso sostenendo che gli Stati Uniti non devono braccare Snowden e impedirgli di ottenere asilo perché quello che ha fatto il giovane ex contractor è stato di rivelare azioni del governo Usa e della Nsa che violano i diritti umani. Amnesty sostiene anche che, se verrà estradato, Snowden potrebbe subire dei maltrattamenti, cosa che è puntualmente avvenuta nel caso della fonte di WikiLeaks, Bradley Manning, tenuto per 11 mesi in condizioni «crudeli e inumane», come le ha definite l'inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura, Juan Méndez. Da leader politico noto per il suo impegno nei diritti umani, non si sente umanamente e politicamente a disagio per il comportamento dell'Italia nel caso Snowden?

4) Secondo quanto riportato dalla stampa, lei ha affermato che i programmi di sorveglianza di massa della Nsa «sono in parte finora speculazioni giornalistiche senza prove concrete». Come definirebbe i documenti "top secret/noforn" pubblicati dal 'Guardian' e dal 'Washington Post' a supporto delle rivelazioni sulla Nsa, file che a detta dei due giornali sono stati forniti da Snowden e sono consultabili da chiunque sui siti web dei due quotidiani?

5) L'avvocato costituzionalista e opinionista del 'Guardian', Glenn Greenwald, che con Laura Poitras ha rivelato per primo i documenti di Snowden, ha dichiarato a 'l'Espresso' che «loro [la Nsa,ndr] portano avanti molte attività spionistiche anche sui governi europei, incluso quello italiano. Alcuni governi cooperano con alcune attività che la Nsa svolge nei loro paesi, ma nessuna nazione coopera con tutto quello che loro fanno». Il governo italiano ha chiesto spiegazioni ufficiali agli Stati Uniti? Gli Stati Uniti hanno risposto?

6) Nel database dei 251.287 cablo della diplomazia Usa rivelati da WikiLeaks, ci sono 29 file che si occupano di lei o comunque la citano. Gli americani dimostrano una grandissima considerazione di lei. Nel 2005, stando a quello che scriveva l'allora ambasciatore Mel Sembler, lei ha discusso con la diplomazia americana la possibilità di una sua candidatura all'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Quanto al primo ministro, Enrico Letta, secondo i cablo, i rapporti con via Veneto sarebbero così rilassati che nel 2006 l'ambasciatore Ronald Spogli non si fece problemi a discutere con Letta come impedire che le richieste di estradizione degli agenti Cia coinvolti nella rendition di Abu Omar venissero inoltrate negli Usa. Ministro, lei personalmente è stata contattata dal governo o dalla diplomazia Usa sul caso Snowden? Che lei sappia, il governo o comunque le istituzioni italiane sono state contattate?

martedì 2 luglio 2013

Difesa dell’Ambiente e promesse di Obama


da: Il Sostenibile
di: Francesca Petretto


Lo so, è odioso dire a posteriori: “te/ve l’avevo detto” o “e io cosa avevo detto?”; non piace nemmeno a me e spesso suona opportunista e falso perché detto “a cose fatte” e/o all’uopo per auto legittimarsi. Tuttavia il discorso pronunciato dal Presidente degli Stati Uniti, due settimane fa, davanti alla Porta di Brandeburgo qui a Berlino, mi suonava in parte opportunista e un po’ ipocrita o comunque artificioso. Non è certo prerogativa del solo Obama quella di toccare temi cari all’uditorio occasionale per accattivarsene simpatie e applausi: le manovre dei politici sono uguali in tutto il mondo, trasversali a tutti i colori e ai partiti e a una più o meno spiccata o riconosciuta e condivisa popolarità; tuttavia il mio spirito critico si compiace nell’apprendere che esperti ben più quotati della sottoscritta abbiano pensato o espresso il medesimo dubbio. Nella sua arringa dinnanzi a un pubblico composto al 90% da americani residenti a Berlino o occasionalmente domiciliati nella capitale tedesca e turisti stelle e strisce di passaggio nella capitale tedesca, Barack Obama ha parlato dei diritti di immigrati (è accesissimo il dibattito questi giorni in Germania su rifugiati ed esuli politici, vista anche la nuova, discussa legge sul . . . --- CONTINUA A LEGGERE ---

lunedì 1 luglio 2013

Trattativa Stato-Mafia: parla Riina


Le questioni sono due: o Riina sta cercando di incasinare le cose per vendetta, e quindi con qualche bugia bella e buona, oppure è tutto vero... in tal caso lo Stato ne esce malissimo.

I legami fra la criminalità organizzata e le istituzioni sono stati smascherati da decenni di indagini della Magistratura con la Forza Pubblica, indagini che sono costate tante vite umane. Il rapporto c'è, sta a vedere quanto è stretto, adesso.



Trattativa, dopo venti di silenzio Riina conferma. E svela: “Mi cercavano loro”

 

Le ultime uscite del capo dei capi confermano implicitamente l'atto d'accusa della procura di Palermo. Sarebbero stati gli ufficiali del Ros Mori e De Donno ad agganciare l'ex sindaco mafioso di Palermo per fermare le stragi. Il boss durante una pausa dell'udienza del 31 maggio: "Andreotti era un galantuomo e io sono stato dell'area andreottiana da sempre"

 
di Giuseppe Pipitone

Per vent’anni è stato in silenzio, muto dietro le sbarre della sua cella nel carcere di Opera. Poi piano piano ha cominciato a lanciare segnali. E a lasciare a metà, sospese tra i virgolettati di verbali, frasi che definire criptiche sarebbe un eufemismo. Se c’è un uomo che conosce la verità sui tanti e misteriosi rivoli di sangue che hanno flagellato la recente storia italiana, quell’uomo si chiama Salvatore Riina.

‘U curto’, la belva, il capo dei capi di Cosa Nostra che dichiara guerra allo Stato facendo strage di politici, magistrati e cittadini lungo tutto il biennio al tritolo inaugurato dall’omicidio di Salvo Lima e approdato poi al patto tra pezzi delle Istituzioni e la mafia. “Ma io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me” ha detto il boss corleonese soltanto lo scorso 31 maggio, durante una pausa del processo sulla Trattativa. Ad ascoltarlo due funzionari del Gom (Gruppo operativo mobile della Polizia). Che esterrefatti hanno subito compilato una relazione di servizio in cui davano conto delle frasi pronunciate da Riina. Perché le ultime uscite del capo dei capi confermano implicitamente l’atto d’accusa della procura di Palermo, che ha ricostruito come i primi agganci tra mafia e Stato furono sicuramente cercati da alcuni esponenti delle istituzioni. Sarebbero stati gli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno (entrambi imputati nel processo sulla Trattativa) i primi ad agganciare l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, per cercare un canale di comunicazione con lo stesso Riina.

Le parole del boss corleonese fanno il paio anche con quelle utilizzate dalla corte d’Assise di Firenze. “Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des, e l’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia” scrivono i giudici fiorentini ella sentenza sulla strage di via dei Georgofili. Ma non è tutto. Colloquiando con gli agenti del Gom, che supervisionavano il collegamento in video conferenza tra i carcere milanese di Opera e l’aula bunker di Pagliarelli a Palermo, Riina si fa “sfuggire” anche altro. E conferma la ricostruzione dei pm anche in un altro passaggio cruciale: quello sul suo arresto il 15 gennaio del 1993 da parte del Capitano Ultimo. Un passaggio cruciale nel puzzle del patto Stato – mafia, reso ancor più misterioso dalla mancata perquisizione del covo del boss, poi ritrovato completamente vuoto. “Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com’è possibile che sono responsabile di tutte queste cose?A me mi ha fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri” ha detto Riina ai due funzionari della polizia penitenziaria.

Lo stesso Massimo Ciancimino aveva raccontato l’apporto fondamentale dato da Bernardo Provenzano nell’individuazione del rifugio di Riina. E già nove anni fa il capo dei capi aveva rilasciato dichiarazioni criptiche sulle dinamiche che portarono al suo arresto. “Perché non si sente il figlio di Ciancimino che era in contatto con il colonnello dei carabinieri che era allievo di quelli che mi hanno arrestato? Perché il figlio di Ciancimino che collaborava con sto colonnello non ci dice perché cinque, sei giorni prima l’onorevole Mancino ci dice: Riina questi giorni viene arrestato. Ma a Mancino chi ce lo disse cinque, sei giorni prima che Riina veniva arrestato? E allora ci sono questi signori che mi hanno venduto” Era solo il 2004, di Trattativa non si parlava ancora e la collaborazione di Ciancimino junior non esisteva. Riina però, intervenendo davanti alla corte che lo processava, dimostrava di avere molto da dire.

E molto dice anche in quella pausa del 31 maggio. Nega di aver conoscere il papello, “non so niente, mai visto”, la lista con le richieste di Cosa Nostra allo Stato. Poi tira in ballo i servizi segreti. “Il pentito Giovanni Brusca – si legge nella relazione compilata dai funzionari del Gom e contenente le parole di Riina – il primo a parlare del papello, non ha fatto tutto da solo, c’è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l’agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l’agenda. In via D’Amelio c’erano i servizi”. Sulla strage di via d’Amelio Riina era stato ascoltato un anno e mezzo fa dalla procura di Caltanissetta. E anche lì la sue dichiarazioni erano più piene di ombre che di luci. “Perché al Castel Utveggio – dice Riina al procuratore nisseno Sergio Lari – ci sono i servizi segreti quando scoppia la bomba di Borsellino? E allora qui come siamo combinati? Chi ha commesso questo omicidio di Borsellino? Chi sono queste queste persone? Loro facevano trattative con Lo Donno (ovvero De Donno ndr) con Mori, con altri..io sono stato arrestato da Mori e sono qua”. Davanti a Lari, Riina fece cenno al famoso bacio che avrebbe “stampato” sulla guancia di Giulio Andreotti. E se la prende con Giancarlo Caselli: “Non me l’ha mai chiesto se ho baciato o no o Andreotti”. Quello per il sette volte presidente del consiglio è un vero cruccio per Riina, che anche davanti ai funzionari del Gom ritorna sull’argomento. “Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre”.

La relazione dei funzionari del Gom è stata prodotta stamattina al processo sulla Trattativa dai pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia. Proprio nei giorni scorsi alcuni ignoti si erano introdotti nell’appartamento di quest’ultimo: dall’abitazione del giovane magistrato sarebbe sparita proprio una pen drive che conteneva alcuni verbali ancora non depositati.