mercoledì 2 ottobre 2013

Violenza carnale su quattro donne, l'agente che infanga la Polizia


Sono nipote di carabinere, e lo ripeto. Amo e rispetto le divise. Non posso sopportare però che qualcuno che indossa una divisa commetta dei reati: è la negazione del Diritto che un agente di pubblica sicurezza commetta dei reati. Ma come era successo a Bolzaneto per le violenze, e le condanne seguenti, è successo anche per quattro violenze carnali ad altrettante donne. La violenza carnale è la cosa più grave che si può fare a una donna, e produce danni incalcolabili.

Massimo Pigozzi è stato condannato a 12 anni e 6 mesi. In via definitiva la Cassazione ha stabilito una volta per tutte che egli è un delinquente. Una condanna pesante per un reato pesante. Massimo Pigozzi ha violato quattro donne, invece di proteggerle (il suo compito era quello), e ha gettato una montagna di fango sulla divisa che indossa. Massimo Pigozzi è totalmente incompatibile col ruolo che svolge (ammesso che sia ancora in servizio) o svolgeva.

Una vergogna inaudita. Fuori dalla forza pubblica chi non rispetta la Legge.

Continuerò ad amare e rispettare le divise, e lotterò affinché da esse vengano cacciati gli indegni. Ora vada in galera, dove sarà di sicuro accolto come vengono accolti gli stupratori.


Condannato per Bolzaneto, stuprò in questura: colpevole anche il Viminale

 

All'agente genovese Massimo Pigozzi sono stati inflitti 12 anni e sei mesi per violenze carnali su quattro donne. Ma era già stato protagonista di uno dei più gravi episodi abusi nella caserma del G8 di Genova. I giudici dispongnono che a pagare i danni sia anche il ministero dell'Interno: "Non doveva metterlo di nuovo a contatto con i fermati"


di Redazione Il Fatto Quotidiano

Dodici anni e sei mesi di reclusione. Definitivi in Cassazione. E’ la condanna subita da Massimo Pigozzi, agente di polizia ritenuto colpevole di quattro stupri consumati nel 2005 nella Questura di Genova ai danni di altrettante donne fermate, prostitute romene e senza fissa dimora che poi hanno identificato il poliziotto e riconosciuto le celle. E a pagare, hanno stabilito i giudici dovrà essere anche il ministero dell’Interno. Ma il nome di Pigozzi emerge anche nelle cronache del G8 di Genova del 2001. Nella caserma di Bolzaneto divaricò le dita di uno dei manifestanti fermati, fino a lacerargli la carne. Uno degli episodi più gravi tra le violenze e gli abusi compiuti nel centro di detenzione temporanea allestito per il vertice dei “Grandi”, costato all’agente un’altra condanna definitiva a tre anni e due mesi. La vittima, Giuseppe Azzolina, venne poi suturato nel centro medico di Bolzaneto con 25 punti, senza alcuna anestesia, e ha riportato un’invalidità permanente.

Anche su questa base i giudici hanno condannato il ministero dell’Interno a risarcire le vittime. Nelle motivazioni depositate oggi – il verdetto risale al 5 giugno – i giudici affermano che proprio dato il precedente di Bolzaneto, il Viminale non avrebbe dovuto mettere l’agente a contatto con persone fermate. Su questo punto la Cassazione ha ribaltato il verdetto della Corte di Appello che il 12 giugno 2012 aveva escluso la colpa del ministero, in quanto il “comportamento dell’imputato – per i giudici di secondo grado – non era finalizzato al raggiungimento di fini istituzionali”. Questo punto di vista non è stato condiviso dalla Cassazione che ha accolto il ricorso di una delle donne abusate che aveva chiamato in causa anche lo Stato a pagare, insieme al poliziotto, la cifra (non nota) fissata come risarcimento per gli abusi subiti nelle celle di sicurezza.

“E’ stato accertato – scrive la Cassazione, sentenza 40613 della Terza sezione penale depositata oggi – che i fatti si sono svolti all’interno di un ufficio di polizia e durante il servizio di vigilanza alle persone fermate, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti la funzione pubblica di agente di polizia”. I reati sono stati commessi nell’esercizio delle mansioni assegnate al poliziotto dunque, “andava confermata la responsabilità civile dello Stato che, peraltro, nonostante il Pigozzi fosse già stato coinvolto in fatti di violenza contro soggetti in stato di fermo e condannato in primo grado, ha ritenuto opportuno adibirlo ancora una volta allo svolgimento di mansioni che prevedevano il contatto diretto con le persone arrestate o fermate e che quindi rendevano elevatissimo il rischio di commissione di reati della stessa indole”. Con questa decisione – presidente Alfredo Teresi, relatore Lorenzo Orilia – la Cassazione ha deciso nel merito e ha ridato vigore all’originaria condanna inflitta anche allo Stato in primo grado.

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